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In un caldo giorno d’estate a Helsinki: una vittoria per la Russia e una sconfitta per l’Europa?

In un caldo giorno d’estate a Helsinki: una vittoria per la Russia e una sconfitta per l’Europa?

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In quella calda serata di luglio, la delegazione russa, diretta verso casa, deve aver provato sentimenti contrastanti. Da un lato, Donald Trump e Vladimir Putin sono riusciti a trovare un terreno comune su numerose questioni politiche, il che è positivo. Dall’altro, la posizione di entrambi sulla questione dell’ingerenza russa nelle elezioni americane era troppo scontata, troppo evidente e troppo emotivamente delicata. Ha addirittura sfiorato la disperazione. E questo potrebbe essere un problema, dal momento che il punto di incontro, che ha fatto esplodere la furia dell’establishment di Washington, potrebbe minare i progressi che Mosca spera di compiere.

L’agenda di Mosca

In preparazione all’incontro, uno dei punti fermi per l’establishment russo era che il Partito Repubblicano stava lentamente imparando ad accettare Trump, e che la questione dell’ingerenza russa nelle elezioni avrebbe presto smesso di oscurare la legittimità di Presidente, almeno dal punto di vista dei repubblicani. “C’è stata ingerenza, ma non collusione”, è stata la lettura di Mosca delle considerazioni repubblicane.

Questo mutamento all’interno del Partito Repubblicano, ha alzato la posta in gioco per Mosca. Certamente, il semplice fatto che il meeting sia avvenuto è già un successo dal punto di vista simbolico, in quanto segna la fine dell’isolamento russo. Tuttavia, in termini politici e di accordi in gioco, ogni sviluppo era sempre subordinato alla posizione di Trump. Un riavvicinamento tra il Presidente americano e i repubblicani permetterebbe a questi accordi di essere implementati. Il consenso sperato sul fatto che “non ci sia stata collusione” implicherebbe uno scongelamento delle relazioni Stati Uniti-Russia, ostaggio dell’inchiesta in corso e di una lotta di potere negli Stati Uniti.

Consapevole della fragilità delle relazioni con gli Stati Uniti, Mosca ha attentamente costruito la propria agenda. L’intenzione era di evitare qualsiasi richiesta che Trump non potesse concedere. Allo stesso modo, la Russia desiderava astenersi dal provocare fratture tra Trump e la linea repubblicana, come ad esempio compromessi sull’Ucraina o sull’abolizione delle sanzioni, che non possono essere ottenuti senza un avallo del Congresso. A tale proposito, le maggiori paure europee, e cioè che Trump “rinunci” all’Ucraina, erano infondate.

Piuttosto che un “progresso” in tal senso, Mosca si aspettava negoziati più dettagliate sulla Siria, aperture sul controllo delle armi e un patto non scritto per arrestare un ulteriore declino dei rapporti bilaterali, come un aumento delle espulsioni dei rispettivi funzionari diplomatici e delle sanzioni. Il meeting sembra aver prodotto risultati in questa direzione, e ciò potrebbe andare tutto a vantaggio di Mosca, se solo i due Presidenti avessero mantenuto l’autocontrollo sulla questione dell’interferenza elettorale.

Antiche ossessioni che riemergono

Ad affidarsi alle speculazioni avanzate durante il pre-summit di Mosca, il “copione” delineato per affrontare la questione elettorale avrebbe dovuto produrre risultati ben diversi. Ci si aspettava che Trump annunciasse di essere stato “molto duro con la Russia”, e che ora dunque quest’ultima “avrebbe promesso di non interferire più”. Sarebbe stata una grande vittoria per Trump da portare a casa. Putin avrebbe confermato la linea secondo la quale “non siamo mai intervenuti e non intendiamo farlo”. La gente a Mosca sperava che, posto che le elezioni di metà termine si svolgano senza interferenze, una situazione del genere avrebbe segnato la fine del capitolo sull’ingerenza, nascondendo il resto della polvere sotto il tappeto.

In questo senso, Trump si è dimostrato psicologicamente impreparato a dissociare la propria legittimità dalla questione dell’ingerenza. Ciò ha smosso Putin, che non ha saputo restare in silenzio e si è lanciato in un’invettiva contro una varietà di persone che disprezza.

Il risultato non è stato esattamente ciò che Mosca si aspettava. Importanti esponenti repubblicani hanno aspramente criticato Trump, e la “questione russa” è nuovamente rientrata tra le problematiche di Washington. Ciò rende il seguito dell’incontro molto più complicato.

Inoltre, Mosca avrebbe voluto che Trump si sentisse coinvolto in buoni rapporti con Putin, in modo tale da trovare difficile invertire la rotta. Tuttavia, condividendo le posizioni di Trump contro il resto dell’establishment americano, anche Putin si è compromesso. Attualmente, potrebbe essere ugualmente difficile per il Presidente russo invertire il corso degli eventi, anche se fosse negli interessi del proprio Paese. Putin, come abbiamo visto, può essere irrazionalmente leale.

In questo modo, deviando dalle direttive che i rispettivi establishment avevano stabilito, i due Presidenti potrebbero aver messo in grave pericolo gli accordi raggiunti.

E l’Europa?

Mente l’America è arrabbiata nei confronti di Trump, è giusto chiedersi dove si posiziona l’Europa. L’incontro è stato confermato come quella sorta di disastro apocalittico che alcuni media europei si aspettavano fosse?

La risposta a questa domanda dipende dalle aspettative di ognuno. Per chi riteneva che Trump di trasformasse nel paladino dei principi dell’ordine liberale internazionale e condannasse severamente la Russia che di quest’ordine aveva violato le premesse fondamentali, l’incontro deve essere stato una visione sconfortante. Tuttavia, tale aspettativa si sarebbe basata su due fondamenti erronei: a) che a Donald Trump interessi o che addirittura capisca l’ordine liberale; e b) che tale ordine si possa ristabilire semplicemente rimproverando e mettendo in riga la Russia.

In realtà, procedere ad un ristabilimento dell’ordine liberale attraverso il suo rinnovo e consolidamento, potrebbe richiedere molto tempo; e potrebbe essere verosimile che le cose vadano peggio, prima di poter andare meglio. Noi, qui, siamo nel mezzo di un viaggio, ancora lontani dal mondo che vorremmo vedere. Ciononostante, per gli standard offerti dai nostri tempi confusi, il risultato dell’incontro di Helsinki non è stato interamente negativo per l’Europa.

Una conseguenza certa sembra essere il rinnovo del dialogo Stati Uniti-Russia a diversi livelli. Mente l’Europa potrebbe diffidare del contenuto di qualsiasi confronto tra le due potenze, in media la ripresa dei contatti potrebbe portare a più benefici che danni. Il confronto senza contatto può diventare pericoloso.

Positiva è stata anche l’intenzione delle due parti di approcciarsi alla questione del controllo delle armi. Un progresso in tal senso non dovrebbe essere dato per scontato, dato che sia l’Amministrazione Trump che la Russia ripongono dubbi negli attuali accordi e potrebbero cercare di riconfigurarli. Ciononostante, la rottura degli accordi sul controllo delle armi senza alcuna prospettiva di rimpiazzo potrebbe essere percepita dall’Europa come fautrice di spiacevoli dilemmi divisivi sulla questione della sicurezza.

La visione della Siria che emerge dall’incontro Stati Uniti-Russia, che si focalizza sulla sicurezza di Israele e sul contenimento dell’Iran, nonché su un’esplicita ed implicita legittimazione del potere di Assad, è certamente insufficiente dal punto di vista europeo, dal momento che l’UE preferirebbe sottoscrivere accordi più genuini di redistribuzione del potere, da sottrarre, infine, dalle mani di Assad. Tuttavia, la battaglia sul futuro della Siria non è stata persa ad Helsinki, bensì molto tempo fa. Ed è stata persa a causa della mancanza di una coerente strategia occidentale.

Un “grande negoziato” sul tema dell’Ucraina, che molti in Europa temevano a seguito delle affermazioni di Trump sul possibile riconoscimento dell’annessione della Crimea, probabilmente non era nemmeno in agenda.

“Trump si esprime così solo per fare pressioni sull’Europa sulle questioni commerciali e di spesa per la difesa”, ha affermato un esperto di Mosca che conosceva i lavori preparatori all’incontro. Ed aveva ragione: al summit, Trump ha confermato la linea del non-riconoscimento e, come Putin ha sottolineato, ha anche evidenziato l’importanza di una continuazione del transito di gas russo attraverso l’Ucraina, in aggiunta e non al posto del Nordstream II. La stessa Europa è divisa sulla questione dei gasdotti, ma sia il Nordstream II che il passaggio attraverso l’Ucraina sono sulla lista dei desideri di diversi Paesi.

La proposta di creare un forum che riunisca i “capitani del business” russi ed americani, suggerisce che gli Stati Uniti potrebbero astenersi dall’aumentare le sanzioni alla Russia: da ora in avanti, nel business, ciò che non è proibito, è permesso.

In maniera ugualmente paradossale, questo in realtà aiuta la tenuta dei principi europei nei confronti della Russia. Un’escalation incontrollata di sanzioni americane onnicomprensive ma vagamente definite renderebbe quelle europee, che sono strettamente collegate al rispetto degli Accordi di Minsk, ridondanti in quanto strumento politico. Questo perché la Russia vedrebbe che, a prescindere dal tipo di relazioni con l’Europa, le sanzioni economiche rimarrebbero in piedi. Tuttavia, una posizione americana più moderata potrebbe significare un effettivo incremento delle possibilità di risolvere il conflitto nel Donbas.

Infine, non è detto che i rinnovati contatti USA-Russia lascino l’Europa a bordocampo. I russi hanno sperimentato quanto l’atmosfera positiva a seguito dell’incontro di Amburgo dello scorso anno si sia rapidamente deteriorata in un aspro confronto sulla Siria. Sanno che Trump è imprevedibile, così come lo sono i suoi rapporti con l’establishment americano. E alcuni pensano che un rafforzamento dei legami con l’Europa permetterebbe di districarsi meglio in questa complicata relazione.

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