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Che tipo di mondo post-corona vogliono gli europei?

Che tipo di mondo post-corona vogliono gli europei?


La crisi del coronavirus potrebbe portarci a tempi migliori. Ma anche a tempi peggiori.

La crisi del coronavirus sembra nutrire la speranza in un cambiamento radicale. Un sorprendente 71% degli europei è ora favorevole all'introduzione di un reddito di base universale, secondo un sondaggio d'opinione elaborato dal mio team di ricerca dell'Università di Oxford e pubblicato oggi. In Gran Bretagna, la cifra è del 68%. Meno incoraggiante, almeno per coloro che credono nella democrazia liberale, è un altro dato sorprendente del nostro sondaggio: non meno del 53 per cento dei giovani europei ripone più fiducia negli Stati autoritari che nelle democrazie per affrontare la crisi climatica. Il nostro sondaggio è stato condotto da eupinions a marzo di quest'anno, quando la maggior parte dell'Europa si stava bloccando per via del coronavirus, ma le domande erano già state formulate in precedenza. Sarebbe interessante chiedere ora agli europei quale sistema politico ritengono si sia dimostrato migliore per combattere una pandemia, dato che gli Stati Uniti e la Cina, la prima democrazia del mondo e la prima dittatura del mondo, si puntano il dito a vicenda con accuse infondate.

Questi due risultati contrastanti, ma altrettanto significativi, dimostrano quanto sarà alta la posta in gioco quando usciremo dall'emergenza medica e dovremo affrontare la successiva pandemia economica e le sue ricadute politiche. Che tipo di momento storico sarà per l'Europa e per il mondo? Potrebbe condurci ai tempi migliori. Potrebbe condurci ai tempi peggiori. La proposta di un reddito di base universale è stata, fino a poco tempo fa, spesso liquidata perchè lontana e utopica. Ma, durante il blocco , molti Paesi sviluppati hanno introdotto qualcosa di simile, non per tutti, ma certamente per gran parte della popolazione. Il ministro dell'Economia spagnolo ha affermato che il "reddito minimo vitale" potrebbe diventare uno strumento permanente nel sistema del Paese. Non passa giorno che non legga un altro articolo che suggerisca che il reddito di base universale, o varianti di questo modello, sia un'idea  che deve diventare realtà.

Questo sarebbe uno dei tanti ingredienti per un possibile futuro che riesca a trasformare una delle più grandi crisi del dopoguerra in una delle più grandi opportunità. Un futuro in cui affrontiamo la crescente disuguaglianza, sia economica che culturale, che sta erodendo le fondamenta anche di democrazie liberali consolidate come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Avendo imparato durante l'isolamento a lavorare in modi diversi, più da casa e con meno spostamenti inutili, trasformiamo quanto appreso in un nuovo modello di vita lavorativa. Avendo apprezzato l'aria più pulita e i cieli più limpidi, i suoni del canto degli uccelli non più annegati dal traffico e i lenti cambiamenti della natura che prima eravamo troppo occupati per accorgerci, prendiamo sul serio i passi radicali necessari sia per affrontare il cambiamento climatico che per concederci una migliore qualità della vita.

Dopo essere usciti sui nostri balconi e sui nostri tetti, in tutta Europa, per applaudire i medici, gli infermieri, l'assistenza sociale e altri lavoratori essenziali che hanno rischiato la vita per salvare la nostra, non li dimentichiamo una volta passato il pericolo medico. Questi non solo ottengono un trattamento migliore dal punto di vista sociale ed economico - mi viene in mente lo slogan del dopoguerra "case a misura di eroe" - ma c'è anche quella che i populisti polacchi chiamano scaltramente una "ridistribuzione del rispetto". Nel fare questa necessaria ridistribuzione, priviamo anche i populisti nazionalisti della loro attrazione elettorale.

Allo stesso tempo, riconosciamo che un pianeta perseguitato da minacce realmente globali come questo virus e il cambiamento climatico richiede più cooperazione internazionale, non meno. L'Unione Europea, che all'inizio di questa settimana ha convocato un incontro internazionale per raccogliere fondi per la lotta contro il covid-19, diventa uno dei principali promotori dell'azione collettiva globale.

Questo è il sogno. Ma poi c'è l'incubo. Nonostante questo periodo possa essere considerato come il dopoguerra, si rivela più simile agli anni dopo la Prima guerra mondiale che alla ricostruzione liberale e socialdemocratica avvenuta in seguito al 1945. Gli impulsi nazionalisti che vediamo in Donald Trump e Xi Jinping diventano ancora più marcati. Con la politica del rubamazzo, la recessione post- coronavirus precipita in una grande depressione. La disuguaglianza sale, invece di diminuire, sia all'interno delle nostre società che tra i diversi Paesi.

I paesi ricchi del Nord Europa, come la Germania e i Paesi Bassi, semplicemente non mostrano il necessario grado di solidarietà nei confronti delle economie più acciaccate degli Stati del Sud Europa. Al contrario, gli Stati del Nord utilizzano la sospensione dei limiti degli aiuti di Stato, giustificata dalla crisi dell'UE, per pompare fondi pubblici nelle proprie industrie chiave, contribuendo così all’aumentare del divario tra i paesi del nord e del sud dell'Eurozona. Nel giro di un paio d'anni, un populista come Matteo Salvini, o qualcuno di ancora peggio (sì, è possibile), guadagna potere in un'Italia dove il debito pubblico è ormai pari a circa il 160 per cento del PIL, e dà la colpa di tutti i mali del Paese alla mancanza di solidarietà nord europea.

Nel frattempo, nella parte orientale del continente, l'Ungheria rimane una dittatura, con i poteri di emergenza temporanei di Viktor Orbán ormai diventati misteriosamente permanenti. La Polonia - dove il partito al governo sta attualmente insistendo in maniera grottesca nel voler svolgere interamente per via postale un'elezione presidenziale che non può così essere libera ed equa - segue il destino ungherese. L'UE, non più una comunità di democrazie e lacerata lungo entrambi gli assi - nord-sud; est-ovest - si indebolisce e si disintegra gradualmente. Lasciati a se stessi, i suoi Stati membri non sono in grado di offrire prospettive di lavoro adeguate, sicurezza sociale e un futuro ecologicamente sostenibile per i loro cittadini più giovani. E così, come già sconcertantemente osservato nel nostro sondaggio, i giovani ricorrono a soluzioni autoritarie. L'Europa guarda sempre meno agli Stati Uniti, sempre di più alla Cina.

Verrà il 2030, quando probabilmente non avremo né questo inferno né quel paradiso ma solo una qualche versione del nostro solito purgatorio umano. A quale variante ci avvicineremo dipende interamente da noi: dagli americani e dai cinesi, dai russi, dagli indiani e dai brasiliani, naturalmente. Ma in Europa dipende interamente da noi europei - compresi gli inglesi post-Brexit, ovviamente, i quali sono ancora europei, che gli piaccia o meno. Per tutte queste ragioni, sulla pagina web di Oxford, dove potete trovare i risultati del nostro sondaggio, abbiamo anche creato una struttura di auto-intervista per chiunque abbia 10 minuti a disposizione per raccontarci i migliori e i peggiori momenti europei e le proprie speranze per l'Europa nel 2030. Finora la caduta del Muro di Berlino è stata il momento formativo più menzionato e la Brexit il momento peggiore. Ma forse questo coronavirus li supererà entrambi. Venite a raccontarcelo su europeanmoments.com.

Timothy Garton Ash è Consigliere ECFR e professore di studi europei all'Università di Oxford e Senior Fellow all'Hoover Institution di Stanford University.

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su The Guardian.