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Arabia Saudita: la geopolitica energetica e l’accordo petrolifero del secolo

Arabia Saudita: la geopolitica energetica e l’accordo petrolifero del secolo


L'Arabia Saudita ha corso un grosso rischio iniziando la guerra dei prezzi del petrolio e ora potrebbe pagarne il prezzo politico.

Ci sono voluti quasi due mesi di prezzi del petrolio straordinariamente bassi ma, con il più grande accordo per tagliare la produzione della storia, l'Arabia Saudita ha vinto la guerra dei prezzi. Riad ha coordinato un accordo dell'OPEC+ - l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, insieme a paesi non membri come Russia, Norvegia, Messico, Argentina, Colombia, Ecuador, Egitto, Indonesia, Trinidad e Tobago - per raggiungere due obiettivi chiave. Il primo è stato persuadere gli altri produttori a farsi carico di una parte del taglio di produzione per stabilizzare il mercato petrolifero; il secondo quello di riaffermare la leadership di Riad nella geopolitica energetica, un asset prezioso che le conferisce un'influenza significativa a livello globale. Si è trattato però di un percorso lungo e costoso, iniziato a febbraio con il calo della domanda cinese di energia a causa del coronavirus. Ora c'è un alto rischio che l'accordo non sia sufficiente e che sia arrivato troppo tardi. Mentre l’aumento effettivo dei prezzi tarda ad arrivare, le dinamiche politiche messe in moto da Riad difficilmente potranno essere fermate.

Il mercato dell'energia sta soffrendo ormai da molto tempo un calo della domanda globale. Il colpo di grazia è arrivato con il lockdown imposto in molte nazioni per contenere la diffusione del covid-19, che ha ridotto la domanda di petrolio dei maggiori consumatori globali (soprattutto in Asia) e del settore maggiormente dipendente da carburante, l'aviazione. L'Arabia Saudita, la cui principale destinazione di esportazione è la Cina, è stata la prima a notare queste tendenze e a sostenere la necessità dei tagli alla produzione per evitare una caduta libera dei prezzi. Altri grandi produttori di petrolio, soprattutto la Russia, meno colpita a febbraio, si sono rifiutati di procedere a nuovi tagli per paura di perdere quote di mercato nel lungo periodo. L'Arabia Saudita ha reagito aumentando la produzione di petrolio a livelli record a marzo e aprile, offrendo al contempo notevoli sconti sul greggio soprattutto ai clienti russi in Europa. La strategia, che ha fatto precipitare i prezzi del petrolio ai livelli più bassi degli ultimi 18 anni, è stata quella di costringere gli altri produttori a negoziare alle condizioni saudite. Due mesi dopo, ha funzionato.

Lo scorso fine settimana, Riad ha ospitato due incontri cruciali. Uno, il più importante, ha coinvolto l'OPEC+; l'altro il G20, di cui l'Arabia Saudita detiene quest'anno la presidenza. Dopo molti giorni (e notti inoltrate) di colloqui, l’OPEC+ è arrivato a un accordo storico per tagliare la produzione di 9,7 milioni di barili al giorno a maggio e giugno, un accordo poi approvato dal G20.

Tuttavia, il vero compromesso è stato quello bilaterale, tra Riad e Mosca, principale concorrente e obiettivo della strategia saudita. La discussione sembra essere stata in parte mediata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sempre più preoccupato per l'impatto dei bassi prezzi del petrolio sull'industria energetica statunitense. (Trump ha persino accettato in via ufficiosa di farsi parzialmente carico dei tagli richiesti al Messico – la cui fermezza ha tenuto gli altri stati membri col fiato sospeso per tre giorni - per ottenere l'accordo finale). Sia la Russia che l'Arabia Saudita hanno concordato di abbassare la loro produzione a 8,5 milioni di barili al giorno - una quota che, dati i livelli di produzione di febbraio, comporta tagli maggiori per Mosca. Riad era così fiduciosa che l'accordo sarebbe stato raggiunto che, prima della riunione dell'OPEC+, ha indirizzato il proprio fondo sovrano, il Public Investment Fund (PIF), ad acquisire partecipazioni del valore di 1 miliardo di dollari in quattro grandi compagnie petrolifere europee: l'italiana Eni, la Royal Dutch Shell, la norvegese Equinor e la francese Total. La logica era che, proprio come per il petrolio, le azioni di queste società sarebbero aumentate di valore una volta formalizzata l'operazione.

Eppure il mercato non ha reagito con l'entusiasmo atteso, con il Brent Crude che, una settimana dopo l’accordo, fa ancora fatica ad arrivare ai 30 dollari al barile. Ci sono diverse ragioni per questo, due delle quali critiche. Nel mezzo di una vera e propria recessione economica, gli analisti petroliferi considerano i tagli concordati come inadeguati rispetto al calo della domanda, con JBC Energy che ha definito l'accordo OPEC+ "solo un cerotto su una ferita aperta". A livello globale, è probabile che l'offerta di petrolio continui a superare la domanda. Inoltre, il rispetto di accordi multilaterali così complessi è sempre problematico, in particolare in questo caso, dato che alcuni produttori potrebbero aver accettato più di quanto possano realizzare. Per esempio, sebbene Trump abbia impegnato gli Stati Uniti a tagliare 300.000 barili al giorno per conto del Messico, non è chiaro se riuscirà a raggiungere l’obiettivo dato che, all'interno del modello economico statunitense, le imprese fanno tradizionalmente resistenza a qualsiasi interferenza del governo.

Per ora, Riad può ritenersi soddisfatta, avendo riaffermato il proprio peso e la propria leadership nel mercato globale del petrolio. Vedere in difficoltà alcuni dei suoi concorrenti, tra cui i produttori di shale gas negli Stati Uniti, e aver fatto presente a Mosca che, in futuro, la politica russa deve restare in linea con la strategia petrolifera saudita, sono dei bonus interessanti.

Tuttavia, i rischi per l'Arabia Saudita rimangono alti, e ci potrebbe essere un prezzo politico da pagare per questa vittoria. Ad esempio, il crollo del settore energetico americano sta cominciando a condizionare le relazioni tra USA e Arabia Saudita. Diversi membri del Congresso USA hanno esercitato forti pressioni sull'amministrazione Trump e scritto diverse lettere aperte per sollecitare il principe ereditario Mohammad bin Salman a porre fine alla guerra dei prezzi del petrolio (anche a costo di farlo unilateralmente), minacciando di mettere in discussione le relazioni USA-Arabia Saudita. I senatori del Partito Repubblicano avevano persino introdotto due progetti di legge consecutivi che chiedevano il ritiro delle truppe statunitensi dal territorio saudita, con l'obiettivo di mettere Riad sotto pressione.

Sia Trump che il segretario di Stato Mike Pompeo sono stati in costante comunicazione con i sauditi e hanno persino nominato un inviato speciale per l'energia per tenere i contatti con Riad. L'Arabia Saudita, però, è rimasta sulle proprie posizioni, infine spingendo persino gli Stati Uniti a partecipare all’accordo e ai tagli di produzione. Eppure questo episodio si aggiunge a una lista di scottanti controversie nelle relazioni tra USA e Arabia Saudita. Il trend, iniziato molto tempo fa, vede gli Stati Uniti allontanarsi sempre più dall’alleanza con i sauditi, soprattutto se i prezzi del petrolio rimarranno bassi.

La guerra del prezzo del petrolio ha avuto un impatto anche sulle relazioni dell'Arabia Saudita con la Russia. Le tensioni hanno messo fine a quasi tre anni di cooperazione russo-saudita in materia di geopolitica energetica, che a sua volta aveva sostenuto un più ampio dialogo bilaterale su questioni politiche ed economiche. Sembra che le discussioni tra il ministro degli Investimenti Khalid al-Falih - l'intermediario preferito di Riad con Mosca, un veterano dell'OPEC, e un ex ministro dell'energia e presidente dell'Aramco - e il ministro russo dell'Energia Alexander Novak siano state così tese da trasferirsi ai piani alti, verso le rispettive leadership.

Più immediato, e forse di maggiore importanza, è l'impatto della guerra del prezzo del petrolio su tutti i produttori di energie i cui bilanci dipendono dai proventi dell'export - soprattutto perché devono far fronte a spese crescenti per la sanità e per i pacchetti di aiuti economici dovuti al covid-19. L'Arabia Saudita stessa è in allerta, pianificando un’emissione massiccia di bond e la privatizzazione dei beni dello Stato. Mentre il PIF è impegnato in acquisti a basso costo e di alto profilo, e si accaparra beni a prezzi stracciati, Riad ha annunciato che ridurrà la spesa pubblica di 13,2 miliardi di dollari, quasi il 5% del budget per il 2020. In cantiere, ci sono piani di emergenza per ridurre la spesa di un ulteriore 20%.

Considerando tutti questi elementi, se questa recessione economica è così grave come sembra, tra qualche mese ci saranno altre riunioni dell'OPEC, di quelle che si tirano fino a tarda notte. Quello che non è chiaro è se l’Arabia Saudita sarà ancora nella posizione di dettare condizioni, coordinare i produttori e portare a casa il risultato.