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Il cambio di rotta del governo italiano sulla questione migranti.

Il cambio di rotta del governo italiano sulla questione migranti.


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I dati potrebbero costituire le basi per una convincente contro-narrativa alle esagerate dichiarazioni “sull’invasione” dei migranti. Tuttavia Roma, inginocchiandosi alla pressione dell’opinione pubblica che chiede di limitare la migrazione, ha scelto la via più facile.

L’inverno si avvicina, e con esso ci si aspetta un calo dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo centrale. Il tempo peggiorerà e attraversare il mare diventerà più difficile e rischioso. Tuttavia, Roma è convinta che la migrazione dalla Libia sia stata risolta già prima dell’arrivo dei venti freddi e delle tempeste.

Sin dalla scorsa estate, il governo italiano ha adottato una serie di misure volte alla riduzione dei flussi tramite la negoziazione con milizie, tribù ed autorità libiche. Sebbene questi provvedimenti - a causa delle condizioni disumane in cui i detenuti in Libia sono forzati a vivere -  siano stati aspramente criticati da ONG e varie associazioni per i diritti umani, Roma sembra essere più interessata alle prossime elezioni, che alle critiche.

Fino ad ora, il pubblico ha accolto positivamente l’approccio focalizzato sulla sicurezza avanzato dal Ministro degli Interni Marco Minniti. Ma, in realtà, senza un piano generale volto alla regolamentazione – e  non al blocco – dei flussi migratori, questa soluzione è destinata a fallire.

Elezioni dietro l’angolo

Quando, il 27 giugno scorso, veniva informato dell’arrivo di circa 12,000 migranti sulle coste siciliane, Minniti si trovava su un aereo diretto a Washington e decise di far rotta inversa e tornare in Italia per affrontare la questione. Come avrebbe dichiarato in un secondo momento, aveva temuto per la sopravvivenza della democrazia in Italia.

Da quel momento in poi, l’impegno di Roma per controbattere questa percezione di essere “invasi” dall’Africa divenne ancora più forte. I due pilastri di questa nuova politica sono stati in primo luogo quello di screditare le ONG che operavano nel Mediterraneo salvando centinaia di migranti; e secondo, di coinvolgere direttamente le autorità libiche. Alcune fonti hanno addirittura accusato l’Italia di aver pagato le milizie responsabili dei traffici dei migranti con circa €5 milioni per fermare i barconi che avrebbero attraversato il Mediterraneo.

I negoziati con le milizie si erano in realtà già intensificati dopo le elezioni locali dello scorso maggio, che hanno segnato la sconfitta del Partito Democratico in numerosi comuni. Secondo l’attuale meccanismo di asilo, i comuni sono i più esposti  alla redistribuzione dei migranti. Questo ci porta ad una delle ragioni principali alla base del cambio di rotta nella politica italiana sulla questione migratoria: il calcolo elettorale.

Negli ultimi tre anni, l’estrema destra e i partiti populisti hanno fatto molta campagna elettorale contro i governi di centro sinistra guidati dal PD, accusandoli di lassismo nei confronti della questione migratoria. Le immagini degli sbarchi in Sicilia, unite ad un mix di crisi socio-economica interna e l’emergenza del fenomeno jihadista-terrorista in tutta Europa, hanno contribuito all’idea che la migrazione sia un gioco a somma zero. Secondo questa narrativa, più aumenta la spesa per i richiedenti asilo, più diminuisce l’aiuto agli italiani disoccupati; e più migranti africani (soprattutto se musulmani) entrano in Italia, più la sicurezza del paese viene meno. Questa percezione fuorviante si è diffusa al punto che quasi il 50% dei cittadini crede che gli immigrati siano una minaccia all’ordine pubblico.

In vista di un’elezione parlamentare che dovrebbe tenersi in primavera, e con il ritorno di Silvio Berlusconi come leader di un centro-destra presumibilmente riunificato, i democratici hanno optato per la via più semplice per ottenere consensi: una politica restrittiva sull’immigrazione.

Questo è ciò che desidera l’elettorato e ciò che l’attuale opposizione populista e del centro-destra avrebbe offerto. La posizione di Minniti è quindi condivisa praticamente da tutto lo schieramento politico, facendone un possibile candidato come prossimo Primo Ministro. Potrebbe andare proprio così, specialmente se, come previsto, il PD non dovesse riuscire a raggiungere una maggioranza diretta e dovesse quindi arrivare a compromessi con altri partiti per formare un governo.

L’approccio Minniti è supportato dai dati?

Negli ultimi tre anni la media delle persone richiedenti asilo in Italia è stata di 170,000 persone all’anno: un richiedente asilo per ogni 353 cittadini italiani. Questo dato è in linea con la media europea. Finanziariamente, nel 2017 la spesa prevista per ciò che riguarda i richiedenti asilo ammonta a un totale di € 4.6 miliardi, circa lo 0.3% del PIL. Si tratta di un quarto di quello che spende la Germania in termini assoluti e un quinto di quello che la Svezia spende relativamente al proprio PIL. Per quanto riguarda la presunta correlazione tra immigrazione e terrorismo, non vi sono prove. Tra circa 1.5 milioni di immigrati che sono entrati in Europa negli ultimi tre anni, solo otto (un microscopico 0.0005%) era collegato ad attacchi terroristici. Infine, nonostante la diffusa percezione di trovarsi nel mezzo di un’invasione, l’Italia ha il più basso tasso ti cittadini nati in un altro paese (9.7% dell’intera popolazione) rispetto agli altri principali paesi europei quali Germania e Regno Unito (13.4%), Francia (11.8%) e Spagna (12.7%), per non parlare di Belgio (16.3%) e Svezia (17%).

Sicurezza e outsourcing: spostare i confini dell’UE verso sud

Con questi dati alla mano, l’Italia avrebbe potuto combattere la propaganda populista costruendo una contro-narrativa e cercando una soluzione a lungo termine. Ma l’attitudine personale di Minniti ha sempre reso questa opzione inverosimile. L’ex Sottosegretario di Stato ai servizi dell’intelligence e della sicurezza potrebbe essere descritto come un uomo d’ordine e, come tale, il suo punto di vista sulla questione dei migranti è quasi esclusivamente improntato sulla sicurezza.

Con il piano Minniti, l’Italia ha ottenuto accordi simultanei con le tribù che controllano la frontiera Libia-Niger e le milizie che controllano le partenze dalla costa. La debolezza di questo approccio sta nel fatto che coloro che sono stati cooptati per l’accordo sono parte del problema stesso. Il famoso pagamento di €5 milioni probabilmente non verrà mai provato, ma pare evidente come gli accordi possano aver determinato un quid pro quo sotto forma di denaro e/o impunità verso le attività criminali collaterali, quali traffico di petrolio e riciclaggio di denaro.  I risultati di questo scambio sono diventati chiari all’Italia lo scorso agosto; un calo dell’85% negli arrivi rispetto ai due mesi precedenti, 82% rispetto all’agosto del 2016.

Le frontiere italiane ed europee sono state quindi quasi fisicamente trasferite in Africa. Così come nell’accordo UE-Turchia del 2016, l’Italia ha effettivamente traslato il problema. L’accordo con la Turchia ricevette critiche, ma le problematiche di quello con la Libia sono ancora maggiori: con uno stato disfunzionale ed opaco, è piuttosto difficile capire dove vadano a finire i fondi. E l’unico aspetto innovativo dell’accordo UE-Turchia – il meccanismo di reintegrazione volto alla legalizzazione dei migranti – è completamente assente dal MoU firmato tra Italia e Libia.

La creazione di un ciclo virtuoso

È necessario un cambio di mentalità: fin quando la migrazione verrà percepita meramente come un problema di sicurezza, non vi sarà spazio per soluzioni alternative. Uno dei requisiti più urgenti è quello di cambiare l’attuale legge “Bossi-Fini” che non permette ai migranti in cerca di lavoro di entrare in Italia senza aver previamente ottenuto un contratto di lavoro. Questo provvedimento forza inutilmente centinaia di migranti impiegabili come risorsa lavorativa ad intraprendere canali illegali, aumentando così la possibilità che questi vengano risucchiati dalla criminalità organizza.

È necessario un nuovo sistema che promuovi la distribuzione di quote legali e canali sicuri per arrivare in Italia, di modo da porre fine alla controproducente discriminazione contro i migranti economici.

D’altro canto, questi ultimi sono una risorsa economica significativa per lo stato italiano: i migranti regolari versano €8 miliardi annui nel sistema pensionistico italiano e ricevono da questo €3 miliardi, generando un saldo attivo di €5 miliardi.

In gioco non vi è solo la credibilità dell’Italia e dell’UE, ma anche la protezione di quegli stessi valori che promuovono pubblicamente, come nel caso del discorso di Gentiloni all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma che vengono in parte disattesi. Molte fonti hanno riportato le condizioni disumane in cui le persone detenute dalla guardia costiera libica (aiutata dall’Italia) sono costrette a vivere. L’Italia avrebbe la possibilità di presentarsi come un attore credibile se riuscisse a fermare questa crisi adottando nuove politiche. Dal Cairo a Tripoli (passando per Tobruk) Roma è stata percepita come troppo pragmatica e indifferente ai valori e diritti umani. Ciononostante, il sondaggio IPSOS svoltosi all’inizio di ottobre, dimostra che circa il 60% degli italiani sostiene il piano Minniti focalizzato sulla prevenzione dell’arrivo dei migranti in Italia. Il piano potrebbe ripagare in termini elettorali, sebbene la sostenibilità a lungo termine dell’accordo sia dir poco discutibile.

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