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Un porto in una tempesta decisiva: la lotta per Hodeida

Un porto in una tempesta decisiva: la lotta per Hodeida

. (cropped) - CC BY 2.0

L’assalto alla città yemenita di Hodeida è cominciato. Spina dorsale delle operazioni di aiuto umanitario internazionali e dell’economia dello Yemen, Hodeida ospita il più importante porto sotto controllo Houthi – il gruppo ribelle fedele alla Shīʿa zaydita che, dal 2014, ha il preso controllo della maggior parte del paese. Hodeida è da tempo sotto il mirino della coalizione guidata dai sauditi nello Yemen che punta a reinsediare il governo yemenita riconosciuto internazionalmente. Nonostante la forte opposizione occidentale con ruolo chiave e delle organizzazioni umanitarie internazionali, il 12 giugno, la coalizione ha annunciato il lancio ufficiale delle operazioni di presa della città.

Come spesso durante la guerra yemenita, la coalizione ha riunito forze eterogenee ampiamente unite dall’opposizione agli Houthi e dal sostegno ricevuto dagli Emirati Arabi Uniti. Quest’ultimi hanno giocato un ruolo fondamentale nella pianificazione e preparazione delle offensive della coalizione già dal febbraio del 2017, momento in cui la coalizione si è ripresa la città portuale di Mokha.

La Brigata Amaliqa è tra i gruppi più influenti nell’operazione di Hodeida, partecipando in molti recenti combattimenti. La Resistenza Tihama, altro importante gruppo militare, ha preso in prestito i suoi combattenti dalle comunità locali aventi risentimento sia per gli Houthi sia per la storica marginalizzazione della regione di Tihama per mano del governo di Sanaa. Dagli inizi di febbraio 2018, questi combattenti hanno militato affianco alle forze guidate da Tareq Mohammed Saleh. Il comandante si è unito all’offensiva della coalizione dopo che gli Houthi hanno ucciso suo zio Ali Abdullah Saleh – un ex presidente che, precedentemente, nel dicembre del 2017, aveva stretto una turbolenta alleanza con il gruppo. Le truppe provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita e da altre coalizioni alleate, come il Sudan, si sono unite alla spinta verso l’assalto di Hodeida.

Finora, il loro avanzamento è stato contenuto, se non lento. Allo stato attuale, gli Houthi hanno perso il controllo dell’ampio aeroporto di Hodeida, che sconfina nelle periferie meridionali della città, mentre i suoi oppositori si sono mossi per circondare la città. Sebbene i media pro-Houthi si siano fatti beffa di queste conquiste piuttosto modeste, dei contatti vicini alle forze emiratine descrivono questa mossa studiata come parte di un tentativo deliberato di scongiurare vittime civili e concedere tempo all’inviato delle Nazioni Unite Martin Griffiths di convincere i ribelli a ritirarsi dalla città. Al tempo stesso, le parti coinvolte nello scontro hanno privatamente sottolineato la necessità di proteggere le precedenti conquiste territoriali: gran parte dell’area costiera strappata agli Houthi rimane vulnerabile ad una riconquista, mentre si stanno verificando scontri nei pressi di un cammino tra le montagne che collega molti dei più vasti centri abitati della provincia di Hodeida, ancora ampiamente sotto il controllo degli Houthi.

Nonostante l’apparente perdita dell’aeroporto, gli Houthi continuano a lanciare attacchi agguerriti nella città e in assenza di una svolta nei tentativi di negoziazione di Griffiths, i ribelli sembrano non avere intenzione di lasciare la presa pacificamente. Non si tratta meramente di un tentativo di conquistare la città: gli Houthi vogliono inviare un messaggio chiaro alla coalizione rendendo l’offensiva il più complicata possibile. E infatti, il gruppo ha già risposto alle sue recenti battute di arresto provando ad inviare rinforzi.

Tuttavia, benché ad Hodeida si temi e si dia per scontata la vittoria finale della coalizione, il futuro della città rimane ancora incerto. Per molti aspetti, “come” venga conquistata Hodeida è alquanto importante del “se”. Le Nazioni Unite e la coalizione hanno rimarcato la loro intenzione di lasciare il porto e il corridoio umanitario aperti. Eppure un’espansione del conflitto di Hodeida potrebbe determinare un taglio alla forza vitale del commercio e degli aiuti umanitari nello Yemen, causando così un drammatico deterioramento della già catastrofica situazione umanitaria del paese. La crisi che ne risulterebbe andrebbe a riversarsi in aree sotto il controllo del governo riconosciuto internazionalmente. Le organizzazioni umanitarie prevedono che anche il minimo scompiglio nelle operazioni portuali potrebbe avere un effetto devastante. La guerriglia urbana ad Hodeida provocherebbe molti feriti e vittime tra i civili, ma anche un gran numero di sfollati, i quali, andrebbero a pesare ulteriormente sulle deboli e sovraccaricate infrastrutture della città.

La coalizione dichiara di avere piani per ridurre questi rischi – e li ha sia per ragioni altruistiche che pragmatiche. Prendere Hodeida significherebbe assumersi la responsabilità della città, dei suoi abitanti e delle operazioni nel suo porto; è dunque nell’interesse della coalizione che lo scontro sia il più contenuto possibile. Per di più, diversi membri della coalizione – in particolar modo gli EAU – sembrano essere profondamente consapevoli del rischio di reputazione dell’offensiva di Hodeida, focalizzando l’attenzione sui suoi potenziali benefici umanitari attraverso le promesse di inondare la città di aiuti.

Ad ogni modo, il conflitto per Hodeida, fintantoché andrà avanti, farà presumibilmente passare in secondo piano tutte le altre questioni dello Yemen. L’offensiva ha già ritardato – se non compromesso, almeno per il momento – i preparativi di Griffiths, lunghi mesi, per un nuovo round di colloqui di pace. Il riferimento caustico di Griffiths come “l’inviato ONU per Hodeida” sottolinea gli effetti smisurati che l’offensiva ha avuto sulla sua missione.

 

Cosa si può fare?

È cruciale che si mantenga l’attenzione dei governi stranieri e dei media su Hodeida. Gli attori internazionali devono continuare a fare pressione su entrambi i versanti del conflitto yemenita per garantire il flusso di aiuti e prevenire un catastrofico disagio civile. Deve essere chiaro il messaggio che le violazioni delle leggi umanitarie internazionali, ivi incluso il sabotaggio internazionale delle infrastrutture della città, saranno registrate. Istituire una commissione d’inchiesta internazionale indipendente sulle violazioni – in linea con gli appelli di molti gruppi yemeniti e difensori dei diritti umani – è verosimilmente lo strumento più ovvio ed effettivo per far sì che ciò sia possibile. Il coordinamento internazionale è determinante nell’enfatizzare questo messaggio.

È anche fondamentale compiere più azioni dirette. Mentre lo scontro continua, è doveroso che gli attori internazionali mantengano, se non aumentino, i loro impegni; è necessario che si insista con la diplomazia per mitigare le ricadute negative della violenza, nonostante i tentativi di Griffiths per negoziare un accordo siano falliti; e pianificare le azioni future. Non vi è alcuna ragione di posticipare gli impegni per garantire stabilità e sviluppo nella città, specialmente visto che il settore privato yemenita, flessibile e pragmatico, sarebbe ben desideroso di assistere alla ricostruzione.

Infine, gli attori internazionali devono continuare il proprio lavoro per ridimensionare il vasto conflitto e ricostruire la fiducia tra la società yemenita. Mentre l’escalation della violenza oscura l’impresa, diventa sempre più importante preservare le linee di comunicazione tra le parti in conflitto. È particolarmente cruciale impegnarsi nei processi locali di mediazione del conflitto e al contempo dare potere agli esponenti yemeniti in grado di costruire un dialogo con tutte le fazioni in gioco. In un contesto di polarizzazione politica a livello nazionale, queste figure si faranno carico di gran parte del duro lavoro necessario per risanare le profonde rotture insite alla società yemenita.