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L’isolamento della Turchia non è poi così splendido

L’isolamento della Turchia non è poi così splendido


La Turchia è in un vicolo cieco: è dalla parte dei perdenti nella guerra in Siria e si sta impantanando in una lotta sempre più cruenta con i curdi. Le dinamiche della politica interna sono sempre più inquiete e la situazione dei diritti umani è in costante peggioramento. Si sente inoltre isolata in una regione tormentata. Lo scontro con la Russia continua e Mosca non mostra alcuna volontà di normalizzazione delle relazioni.

 L’UE – stremata dalla crisi dei rifugiati – ha riaperto il dialogo con la Turchia, nella speranza di ottenere il sostegno di Ankara nella gestione del flusso dei migranti. Il vertice del 7 Marzo tra UE e Turchia è stato presentato dai leader europei come un grande successo e come una “possibile svolta” nella crisi dei rifugiati. Tutto ciò deve tuttavia essere verificato.

 La Turchia si è impegnata a riprendere i nuovi migranti irregolari che raggiungono le isole greche. In cambio, per ogni migrante, l'UE si prenderà carico di un rifugiato siriano dalla Turchia. L’intesa potrebbe funzionare per arginare il numero di rifugiati che decidono di attraversare il Mar Egeo, sebbene presenti sfide di carattere pratico e problematiche giuridiche.

 Il prezzo che l'UE ha pagato per la proposta a sorpresa della Turchia è alto. L'UE si è impegnata ad anticipare la data di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi nel giugno 2016, preparandosi ad aprire cinque capitoli di negoziato. Inoltre accelererà il pagamento dei 3 miliardi già promessi, destinati a diventare 6 nel corso dei prossimi due anni.

 Il problema di tale accordo, alla stregua di quello raggiunto a novembre, è che si basa sulla reciproca diffidenza. Nessuna delle due parti ritiene che l'altra rispetterà i propri impegni. Inoltre, la liberalizzazione dei visti richiede il sostegno di tutti gli Stati membri. Uno scenario tutt'altro che certo, motivo per cui Ankara ha chiesto che venga anticipato al mese di giugno, quando l'ondata di profughi che arrivano in Europa rischia di raggiungere il picco.

L'apertura di nuovi capitoli è ancora bloccata da Nicosia. Sebbene le prospettive di un accordo su Cipro siano migliori rispetto al passato, il raggiungimento di un’intesa è tutt'altro che scontata. Il mancato rispetto degli impegni potrebbe compromettere le relazioni UE-Turchia per anni.

Tuttavia, la sfida più importante per le relazioni UE-Turchia si riferisce alla direzione che Ankara sta prendendo a livello domestico e al suo ruolo in una regione problematica.

A prescindere dal livello di confidenzialità con cui il Primo Ministro Ahmet Davutoğlu ha agito a Bruxelles, la politica in Turchia sta diventando sempre più polarizzata.

L’AKP, partito al governo, vuole consolidare il proprio dominio e il Presidente Erdoğan sta lavorando per rivedere la costituzione con l’obiettivo di introdurre un sistema presidenziale esecutivo. Allo stesso tempo, i giornalisti e gli intellettuali che sostengono il terrorismo o “insultano il Presidente” vengono intimiditi e incarcerati. L'insoddisfazione per il regime (sostenuto da circa il 55% dei turchi, e aspramente contestato da tutto il resto della popolazione) ha ripercussioni anche sull'Unione europea, vista come incapace di agire secondo i propri principi. L'ultimo giro di vite sulla libertà dei media è avvenuto quando il governo ha confiscato Zaman Daily, il più popolare giornale di opposizione. Le proteste seguite al sequestro sono state represse con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

 

Allo stesso tempo, il rapporto di Ankara con i curdi si sta deteriorando. Una feroce campagna militare è in atto contro i gruppi associati al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Tali azioni sono riconducibili ai calcoli elettorali di Erdoğan e al timore che i curdi siriani possano consolidare il controllo su una fascia di territorio nel nord della Siria. Soprattutto il gruppo curdo HDP si ritrova stretto tra il sentimento guerrafondaio propagato dal governo e la mobilitazione dei curdi da parte del PKK. La costante richiesta presidenziale affinché il Parlamento tolga le immunità ai leader e ai membri dell’HDP, dopo le accuse di terrorismo, solleva lo spettro che la Turchia possa regredire a scenari da anni ‘90.

 La situazione nel sud-est a maggioranza curda è disastrosa e destinata a peggiorare. Città come Cizre e zone di Diyarbakir hanno vissuto stati di assedio 24 ore al giorno dall'inizio di Dicembre. L'ondata di violenza rischia di intensificarsi e, presumibilmente, diffondersi, con scarse possibilità che i negoziati di pace riprenderanno presto. I guerriglieri del PKK potrebbero essere direttamente coinvolti tra la primavera e l'estate. Tale prospettiva non farà che peggiorare la situazione, come dimostra l'ultimo attentato ad Ankara. Il co-leader dell’HDP Selahattin Demirtas, politicamente agguerrito, sta esortando alla resistenza, mentre le proteste hanno luogo su base giornaliera.

 In Siria, prima che iniziasse la fragile tregua, la Turchia aveva perso l'iniziativa e avrebbe potuto fare ben poco contro le forze del regime e la potenza aerea russa. Sebbene la mini-guerra nel sud-est della Turchia sia fortemente legata a questioni di politica interna, essa è anche il risultato della situazione di stallo tra Ankara e il ramo del PKK in Siria, il Partito dell’Unione Democratica (PYD). Per il governo turco, combattere le ambizioni territoriali del PYD è la priorità assoluta in Siria, dal momento che il consolidamento del gruppo curdo nel paese vicino fornirebbe una piattaforma per il separatismo curdo in Turchia.

Tuttavia, il PYD può contare su un forte appoggio internazionale, anche degli Stati Uniti, attraverso la lotta contro lo Stato Islamico. La Russia ha intensificato il proprio sostegno ai curdi, dopo che l’abbattimento turco del SU-24. La Russia e Stati Uniti, nel sostenere i curdi in Siria, stanno perseguendo obiettivi distinti.  Considerata l’ossessione per il PYD, Ankara ha ragione di credere che se un accordo Stati Uniti-Russia dovesse produrre una tregua più stabile in Siria, la Turchia risulterebbe il grande perdente.

Sebbene l'attenzione dei media sia concentrata altrove, migliaia di siriani in fuga da Aleppo e dalle zone circostanti hanno cercato rifugio al confine con la Turchia. Ankara continua a richiedere una “zona di sicurezza”, nella speranza che gli Stati Uniti si sentano costretti a difenderla. Tuttavia, è poco probabile che l'attuale amministrazione americana agisca in tal senso. E, una "zona di sicurezza" senza che nessuno garantisca tale sicurezza, potrebbe finire per rivelarsi una trappola mortale.

 Le sfide sono enormi. Concentrandosi principalmente sul problema dei rifugiati, l'UE si sta orientando verso una relazione transazionale con la Turchia, sebbene con poco polso. A lungo andare, tale strategia europea può portare alla perdita di Ankara. Tuttavia, l'UE ha l’interesse ad impegnarsi in una piattaforma di dialogo molto più ampia con la Turchia: una relazione strategica è necessaria più che mai.

 

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