Ufficio di Roma - Rome Office


Incoraggiare l’ownership regionale nella lotta contro lo Stato islamico


Gennaio 2015 sarà il sesto mese di campagna militare contro l’autoproclamatosi Stato islamico (IS) in Siria e in Iraq. Cinque paesi europei hanno partecipato agli attacchi aerei contro l’IS in quanto membri della coalizione dell’ultima di una serie di offensive a guida statunitense in Iraq, con Barack Obama come quarto presidente consecutivo degli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare nella regione. Ad oggi i risultati sono difficilmente incoraggianti, come dimostra in modo sorprendente il successo dello Stato islamico.

Gennaio 2015 sarà il sesto mese di campagna militare contro l’autoproclamatosi Stato islamico (IS) in Siria e in Iraq. Cinque paesi europei hanno partecipato agli attacchi aerei contro l’IS in quanto membri della coalizione dell’ultima di una serie di offensive a guida statunitense in Iraq, con Barack Obama come quarto presidente consecutivo degli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare nella regione. Ad oggi i risultati sono difficilmente incoraggianti, come dimostra in modo sorprendente il successo dello Stato islamico.

La rapida adesione alla coalizione di più di 60 paesi, tra cui molti attori regionali, potrebbe apparire come sintomo di una visione condivisa e di una prioritizzazione della minaccia rappresentata da questa nuova e particolarmente furiosa forma di estremismo. Ma tale ipotesi è stata probabilmente ingenua. L’IS è per lo più visto nella regione come uno strumento per rafforzare lo status quo e i diversi orientamenti politici. Piuttosto che per cambiare le carte in tavola, lo Stato islamico è stato utilizzato per radicare gli approcci che consolidano lo status quo dietro linee geopolitiche stabilite e redistribuzioni politiche interne non rappresentative – esattamente le stesse dinamiche regionali che hanno alimentato l'ascesa dell’IS. In particolare, quando si tratta della guerra in Siria, la risposta all’IS ha visto tutte le parti raddoppiare le scommesse fatte, mettendo in evidenza allo stesso tempo le rispettive pretese di essere unici e indispensabili partner nella lotta contro l’IS. Questo vale tanto per i protagonisti locali che per i principali attori regionali - Iran, Arabia Saudita e Turchia.

L'Occidente ha una considerevole responsabilità nell'ascesa delle forze estremiste, considerato il ruolo della guerra in Iraq del 2003 nell’innescare un ciclo di settarismo e violento fallimento dello Stato. Ma qualsiasi soluzione alla sfida posta dall’IS deve ora concentrarsi sull'individuare le forze motrici regionali che negli ultimi tre anni hanno posto le basi per la crisi in corso e adoperarsi per promuovere politiche che incoraggino la partecipazione regionale, piuttosto che occidentale, della resistenza contro il gruppo estremista.

I pericoli di una risposta military-led

La minaccia rappresentata dall’IS è reale, soprattutto per quanti vivono sotto il suo dominio. Lo Stato islamico è espansionista per sua natura. Ha reclutato attivamente ed efficientemente combattenti stranieri, alcuni dei quali costituiscono una minaccia potenziale in caso di ritorno nei loro paesi d'origine, Europa inclusa. L’IS è l'esaltazione dell’intolleranza, ma ha anche imparato dai fallimenti delle precedenti incarnazioni di gruppi estremisti e si è adattato; ha parzialmente stabilizzato la governance e l'ordine nelle zone sotto il suo controllo e sta ottenendo giuramenti di fedeltà da parte di gruppi jihadisti nel Sinai egiziano, a Derna in Libia e altrove. Prospera all’interno della sempre più controversa e disfunzionale politica del mondo arabo.

La capacità dell’IS di avanzare in Iraq e in Siria ha certamente subito un duro colpo in seguito all’azione militare intrapresa contro di esso. L’IS si è anche imbattuto in una sorta di barriera naturale: l'esaurimento della capacità militare e ideologica del gruppo di espandersi oltre le zone a maggioranza sunnita. Anche i tentativi di indebolire l’IS prendendo di mira le sue finanze e il suo accesso alle risorse, tra cui le esportazioni di petrolio, daranno i loro frutti.

Tuttavia, mesi dopo gli attacchi armati, è chiaro che l'approccio attuale può durare solo fino a un certo punto. I leader politici occidentali, gettati in uno stato di panico dai media ipnotizzati dalle decapitazioni degli ostaggi occidentali, hanno lanciato contro l’IS una vasta azione militare fortemente dominata dagli Stati Uniti, nonostante la partecipazione degli attori regionali, che ogni anno spendono decine di miliardi di dollari in armi. Gli Stati Uniti da soli hanno lanciato circa l'85 per cento del totale delle missioni di combattimento ad oggi in Iraq e Siria e, nel corso degli ultimi tre mesi, hanno effettuato oltre il 90 per cento di tutti gli attacchi in Siria.

Emergono già dubbi circa l'efficacia e i pericoli della risposta military-led. In Iraq, il tentativo di formare un ordine politico più inclusivo sta vacillando e le milizie sciite vicine agli attori governativi si stanno mobilitando, approfittando dell’offensiva aerea statunitense per lanciare un’ampia campagna su base settaria. In Siria gli attacchi aerei, che sono stati estesi ad altri gruppi estremisti oltre all’IS, stanno facendo il gioco di Bashar al-Assad.

 

In entrambi i paesi l'azione militare rischia la conseguenza indesiderata di mobilitare un più ampio sostegno sunnita dietro l’IS e di alimentare il sentimento anti-occidentale, forse più di quanto invece potrebbe indebolire le attività del gruppo sul terreno. Infine la strategia attuale può rendere più difficile smantellare il gruppo - o almeno i sentimenti che lo animano. Potrebbe persino trasformare l’IS in una minaccia ancora maggiore per gli interessi occidentali – in parte facendone una questione nostrana, dell’Occidente – aspetto che probabilmente era una delle intenzioni dietro le provocazioni anti-occidentali dell’IS.

Concentrarsi sulla politica

Mentre ogni tentativo di fermare l'espansione territoriale del gruppo dovrà necessariamente avere una dimensione militare, è chiaro che le forze trainanti dell’IS sono troppo ampie e profonde per essere sconfitte militarmente. Nonostante la coalizione avesse inizialmente riconosciuto la centralità di un approccio politico più ampio - non da ultimo attraverso l'insistenza sulla formazione di un nuovo governo inclusivo in Iraq - questa opzione sembra sempre più superficiale, esitante in Iraq e sostanzialmente inesistente in Siria.

La comparsa dell’IS è un sintomo della divisione politica che affligge il Medio Oriente oggi. L’IS alimenta la potente narrativa del risentimento sunnita contro un ordine regionale percepito come dominato dagli sciiti. I nuovi attacchi militari hanno aggravato questa tendenza contribuendo alla credenza, tuttavia malriposta, che gli Stati Uniti stiano agendo come forza aerea collegata a un’operazione di terra sciita, guidata dall’Iran. In Iraq e Siria i poteri filo-sciiti (il regime alawita siriano non è sciita, ma è strettamente legato all'asse sciita) stanno effettivamente escludendo i sunniti dalla rappresentanza politica, spesso ricorrendo alla violenza. Si è scatenata una battaglia feroce legata alle politiche identitarie, che l’IS è in grado di sfruttare a causa dell’assenza di una leadership regionale sunnita efficace, dei problemi endemici delle strutture di governance e la mancanza di contratti sociali consensuali nella maggior parte degli Stati arabi.

L’Iran, in quanto principale sostenitore di Damasco e Baghdad, così come di Hezbollah in Libano, è responsabile delle politiche distruttive che hanno escluso e talvolta devastato la constituency sunnita. La natura delle politiche iraniane, percepita come Shia-centrica, compresa la mobilitazione diretta delle milizie straniere sul terreno, ha aumentato il senso di marginalizzazione settaria dei sunniti. Non è chiaro a molti sunniti in Iraq e in Siria perché dovrebbero necessariamente preferire la sconfitta dell’IS all’alternativa di essere governati dalle milizie sciite o da Assad.

Da parte loro, gli Stati del Golfo arabi hanno deliberatamente sostenuto la mobilitazione settaria sunnita per i propri fini geopolitici, interpretando il conflitto in Siria come un mezzo per riequilibrare l'ordine delle potenze regionali, allontanando Damasco dall'orbita iraniana. Hanno volontariamente sfruttato e incoraggiato il disincanto sunnita in modo diretto o chiudendo un occhio nei confronti dei media, delle predicazioni e dei canali di finanziamento su base settaria.

L'estremismo è stato visto come uno strumento utile e manovrabile per indebolire i rivali e per avanzare richieste politiche nella regione (mentre contemporaneamente direzionando all'estero il dissenso interno, generato da sistemi politici non rappresentativi). La Turchia si è collocata in una posizione simile, con i gruppi estremisti che operano al suo confine in parte tollerati in quanto mezzo per indebolire sia Assad che i curdi siriani, che Ankara teme stiano approfittando del conflitto per stimolare le ambizioni pan-regionali curde e che stiano minando il processo di pace dell’attuale governo turco con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Nel frattempo l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno incoraggiato nella regione un giro di vite contro le forme moderate di espressione politica sunnita, come la Fratellanza Musulmana, chiudendo la porta a gruppi potenzialmente più compatibili con la democrazia e a forme non violente di espressione politica di ispirazione religiosa.

La volontà di Riyadh di aderire alla campagna militare contro l’IS è, quindi, parte di un quid pro quo che mira a garantire quell’intervento statunitense in Siria a lungo cercato, piuttosto che un riflesso dell’aver fatto dell'indebolimento dell’IS una priorità. Allo stesso modo la Turchia è disposta a impegnarsi nella lotta contro l’IS senza per questo garantire alcuna azione contro Assad.

La risposta militare iraniana contro l’IS ha preceduto quella della coalizione occidentale e continuerà in ogni caso, ma Teheran finora ha rifiutato di appoggiare una qualsiasi soluzione politica significativa in Siria che possa disinnescare il risentimento sunnita.                                                         

Per il momento, nonostante la minaccia condivisa che l’IS potrebbe rappresentare per gli attori regionali, data la sua ambizione di rovesciare l'intero ordine regionale come parte del suo auto-proclamato califfato, il riconoscimento della necessità di una dura spiegazione interna delle motivazioni dietro l'ascesa dell’IS è stato limitato. La colpa di questo può in parte essere imputata all’intervento occidentale: assumendo il controllo centrale della risposta, l’Occidente ha sollevato gli attori regionali dalle loro responsabilità. Questo è il rischio morale insito nella ownership statunitense e occidentale della lotta anti-IS: permettere agli alleati regionali di correre maggiori rischi senza doverne affrontare le ripercussioni e con ciò trasformare l’IS da una minaccia comune a una manovrabile opportunità.

Allo stesso tempo, la competizione per il sostegno occidentale, soprattutto statunitense, si sta intensificando, elemento che riflette il profondo senso di incertezza nella regione. La lotta per l'egemonia si sta combattendo all'ombra del desiderio degli Stati Uniti (dichiarato, ma solo in parte realizzato) di ridurre la sua presenza regionale e di spostarsi in Asia e tornare in patria, così come nel contesto dei negoziati sul nucleare con l'Iran. Riyadh sta cercando di prevenire la prospettiva di un riallineamento degli Stati Uniti e di bloccare l'attuale politica degli Stati Uniti di alleanze esclusive contro avversari irriconciliabili (in particolare l’Iran). Israele sta adottando lo stesso approccio e sta sfruttando la sua influenza su Washington in questo senso. Da parte sua, Teheran, pur non anticipando una nuova alleanza strategica con gli Stati Uniti, sta cercando di creare una convergenza di interessi, offrendosi come balancer di una posizione statunitense meno coinvolta e meno aggressiva. Attualmente né l'Iran né l'Arabia Saudita vedono nella battaglia contro l’IS un obiettivo primario delle loro politiche. Piuttosto, l'emergere dell’IS rappresenta una straordinaria opportunità per far avanzare le loro già preesistenti preferenze per un ordine regionale sostenuto internazionalmente.

Altri attori, nel frattempo, hanno adottato la battaglia contro l’IS come un mezzo per consolidare le proprie piccole ambizioni, anch’essi senza considerare l’IS come la loro priorità principale. Mentre i curdi sono stati minacciati dall’IS, le condizioni attuali sono interpretate come un’apertura per accelerare la loro richiesta di lunga data per una maggiore autonomia, tra cui aiuti militari diretti dagli stati occidentali e ribalanciamento dell'equilibrio di potere interno curdo. Egitto e Israele stanno entrambi utilizzando la minaccia rappresentata dall’IS giocando la carta della proclamata minaccia estremista e associandola alla necessità di un giro di vite nei confronti dei rispettivi avversari, i Fratelli Musulmani e Hamas. La Giordania ha riaffermato la sua pretesa di essere riconosciuta come un'oasi indispensabile per la stabilità regionale. In tutta la regione, come in Giordania e in Arabia Saudita, i governanti hanno fissato l'introduzione di una nuova legislazione anti-terrorismo sulla minaccia dell’IS (così come è successo anche in Europa) - mosse che probabilmente ridurranno ancora di più lo spazio per il legittimo dissenso politico e alimenteranno l'estremismo.

L’anomalia – Il Libano come precedente?

Un paese in leggera controtendenza è il Libano, nonostante rappresenti un modello improbabile e imperfetto. Il Libano ha assistito a un livello senza precedenti di condivisione del potere appoggiato su scala regionale che ha facilitato un significativo rifiuto dell'estremismo associato all’IS. Iran e Arabia Saudita, accanto ai protagonisti locali che appoggiano in Libano, hanno abbracciato la ownership congiunta della lotta contro l’IS, spaventati dalle conseguenze per la stabilità e per le rispettive influenze se gli estremisti dovessero prendere piede nel paese. L’incerta lezione da trarre da questo positivo, anche se fragile, esempio è quella che nei Paesi in cui gli attori nazionali e regionali si uniscono per sostenere un approccio inclusivo, e l'Occidente rimane fuori dal punto di vista militare, la lotta contro l’IS ha notevolmente più possibilità di successo.

Ora la domanda delicata di fronte agli attori regionali dominanti e ai policy-maker occidentali è se sia possibile creare tale consenso in modo più ampio - e se sì, come. Per il momento, il Libano rappresenta un'anomalia isolata e un esempio che potrebbe non reggere se l’escalation procedesse altrove. Data l'importanza strategica più profonda legata alla Siria - il destino del Paese è percepito come fondamentale per determinare il più ampio equilibrio regionale - sarà molto più difficile favorire un'inversione delle posizioni.

Incentivare l’ownership regionale

Eppure, l’IS ha il potenziale per cambiare i giochi regionali a causa della minaccia che potrebbe eventualmente rappresentare per tutti. L’IS ha chiarito che ha ambizioni nei confronti dell’Arabia Saudita, considerato che il regno custodisce due moschee sante dell'Islam, date le sue risorse e il numero significativo di sauditi che lottano di fianco all’IS in Siria e in Iraq, che potrebbero alla fine rivolgere la loro attenzione al proprio paese di origine. Per l'Iran, l’IS rappresenta una grave minaccia militare per i suoi alleati in Iraq, Siria e Libano e sta giocando un ruolo centrale nel fomentare una guerra settaria regionale che, anche se gestibile nel breve periodo, può solo portare a uno svantaggio generale di Teheran, dato lo status di minoranza degli sciiti in tutto il Medio Oriente. L’IS minaccia la pace interna in Turchia a causa della sua potenziale capacità di portare a buon fine attacchi in questo Paese e perché le sue ambizioni nel ridisegnare i confini di Sykes-Picot rischia di rafforzare le ambizioni curde. Altrove, quasi tutti i paesi della regione sono minacciati dal crescente numero di propri cittadini che si uniscono all’IS e dal rischio che l'estremismo e la violenza si diffondano.

Tuttavia, più gli attori regionali ritengono che l'Occidente si occuperà dell’IS, più è probabile che evitino di assumersi le proprie responsabilità. I principali attori regionali non faranno concessioni, come ricalibrare le proprie politiche e rendere la lotta contro l’IS una priorità assoluta, se non dovranno farne. L'insistenza del Presidente Obama sui limiti della sua campagna anti-IS tende ad essere respinta nella regione: Obama è già impegnato in una guerra che avrebbe preferito evitare e ha già intensificato i suoi sforzi oltre i suoi obiettivi iniziali.

Se l'Occidente non intende riassumere il controllo militare dell'Iraq, così come della Siria (una mossa che sarebbe tutt’al più imprudente), allora dovrà essere più insistente sulle sue aspettative sul ruolo che gli attori regionali dovrebbero assumere. L’attenzione centrale dell'Occidente dovrebbe spostarsi su quel livello e natura della responsabilità regionale che sia incoraggiante. Parte di questo dovrebbe implicare l’adozione di politiche che costringano gli attori regionali ad assumere l’ownership della risposta all’IS, elemento che comporterà una limitazione del livello attuale dell’intervento militare occidentale.

Europa e Stati Uniti devono riconoscere che competere con l’IS significa competere con un'idea - e che questa competizione non può essere realizzata esclusivamente con mezzi militari, né può essere guidata da attori non-musulmani. L’IS si nutre senza dubbio del risentimento per le politiche occidentali - dal sostegno per i dittatori, ai droni e gli interventi militari, alla complicità sul destino dei palestinesi - ma non si tratta di combattere esclusivamente l’Occidente. L’eccessivo intervento militare occidentale, per cui l'onere della responsabilità di gestire la minaccia è in gran parte a carico di attori non-regionali, non migliorerà i mali che alimentano l’IS e servirà solo a rendere l'Occidente ancora di più un obiettivo. Il ricorso alla forza eccessiva è distinguibile da un'azione limitata, come ad esempio colpire gruppi dell’IS quando pianificano attivamente attacchi contro l'Occidente o quando il rischio di una catastrofe umanitaria imminente può essere allontanato con successo con una risposta mirata che non comporti un intervento nella più ampia lotta regionale. In Iraq, gli sviluppi sembrano muoversi in direzione opposta: gli attacchi limitati per proteggere gli yazidi si sono rapidamente allargati a una lotta più ampia contro l’IS, inclusi il combattimento per posizioni strategiche come la diga di Mosul e il controllo di città contestate.

L'Occidente deve essere preparato per un approccio paziente e di lungo termine contro il fenomeno dell'estremismo. Interventi fuori luogo tendono a estendere, non abbreviare, le tempistiche. L’IS potrebbe esaurirsi da solo. Elementi ora allineati con l’IS possono diventare propensi a una forma più razionale e pragmatica di convivenza nella regione nel corso del tempo. Diversi sunniti potrebbero abbandonare l’IS se il governo centrale li convincerà delle possibilità di avere un futuro in Iraq, in particolare in quanto l’IS potrebbe perdere l’appoggio locale mentre si assesta al difficile compito di governance locale nelle zone sotto il suo controllo. In entrambi i casi, nel lungo periodo questo gioco dovrà essere guidato dalle potenze regionali e all'interno delle comunità in cui l’IS opera.

Riconoscendo questo c’è ancora molto da fare al di là delle componenti militari residuali e strettamente mirate citate in precedenza. Fermare il flusso di combattenti stranieri nel campo di battaglia, soprattutto lavorando con la Turchia e aiutandola a gestire meglio i propri confini, segnerebbe un significativo passo in avanti. Bisogna prendere legittima consapevolezza del supporto armato ai gruppi curdi - non perché i curdi siano più meritevoli, ma perché la loro missione dichiarata è più realizzabile, in quanto non direttamente implicati nella più ampia guerra civile regionale e settaria. La continua fornitura di assistenza umanitaria all’enorme popolazione di rifugiati siriani nei paesi vicini sarà fondamentale per prevenire la diffusione del messaggio radicale dell’IS, così come il sostegno agli sforzi della Giordania, della Turchia, e del Libano nell’ospitare questi rifugiati. Inoltre, tutte le zone coinvolte in un cessate il fuoco all'interno della Siria dovrebbero ricevere assistenza immediata.

Di gran lunga la più importante area su cui concentrarsi deve essere il sostegno agli sforzi per risolvere la crisi sia in Siria che in Iraq, così come tra l'Arabia Saudita e l'Iran. Finché queste crisi permangono, alimentando una politica identitaria radicale e la diffusione di spazi di ingovernabilità, le prospettive di confrontarsi con successo con l’IS saranno limitate. Un primo passo su questo fronte sarebbe un sostegno attivo per l'inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria, Staffan de Mistura, riconoscendo i suoi sforzi per un’interruzione delle ostilità, inizialmente ad Aleppo, come uno dei pochi sentieri percorribili verso una de-escalation tra le parti, sia locali che regionali, di cui c’è un bisogno innegabile. In Iraq, l'Occidente dovrebbe continuare a spingere per la creazione di un sistema di governo inclusivo e per il controllo delle milizie settarie legate al governo. Basandosi su questo, l'Occidente dovrebbe attivamente cercare di incoraggiare una convergenza tra il triangolo cruciale costituito da Iran, Arabia Saudita e Turchia.

Dopo un decennio di conflitti crescenti in tutta la regione, dovrebbe essere ovvio che i mezzi per disinnescare queste crisi non arriveranno attraverso delle vittorie schiaccianti, che rimarranno irraggiungibili dati gli equilibri di potere interni, regionali e internazionali. Soluzioni significative comporteranno processi politici inclusivi basati sul compromesso che diano alle popolazioni locali una vera posta in gioco nell’auto-rappresentazione. Tirandosi indietro, piuttosto che farsi coinvolgere, e incoraggiando gli attori regionali ad affrontare la minaccia che pone l’IS (prima di tutto a se stessi), gli europei e gli statunitensi potrebbero svolgere un ruolo più costruttivo nel portare avanti questa necessaria ricalibratura.