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Collina dopo collina, villaggio dopo villaggio: il logorante conflitto del Nagorno-Karabakh

Collina dopo collina, villaggio dopo villaggio: il logorante conflitto del Nagorno-Karabakh


Dopo due decenni di congelamento del conflitto, le relazioni tra Azerbaigian e Armenia si stanno evolvendo in una nuova fase di logoranti conflitti a bassa intensità finalizzati a estorcere concessioni diplomatiche o a riconquistare territorio dall’avversario, pezzo dopo pezzo. 

Lo scontro nella regione del Nagorno-Karabah si è acceso nuovamente: una delle tante guerre post-sovietiche ormai cadute nel dimenticatoio ricorda così a tutti della propria esistenza. Negli ultimi sei anni, la frequenza degli scontri tra Armenia e Azerbaigian in merito alla regione contesa è cresciuta in modo esponenziale, così come il relativo numero di vittime. Alcuni di questi scontri, come quelli del 2016 o quelli che si stanno verificando proprio ora, sono diventati delle vere e proprie guerre in miniatura della durata di alcuni giorni, con un bilancio di poche centinaia di vittime. Queste “mini guerre” mettono in luce un lento ma irresistibile scivolare verso un’era di relazioni ostili tra Azerbaigian e Armenia: dopo due decenni in cui il conflitto è stato congelato, i due paesi stanno infatti entrando in una nuova fase di conflitto a bassa intensità, ove si susseguono piccoli scontri finalizzati a ottenere concessioni diplomatiche o a riguadagnare territorio dall’avversario, pezzo dopo pezzo, fetta di torta dopo fetta di torta, anziché in un unico grande attacco frontale. 

Accanto ai conflitti in Abkhazia, Transnistria e Ossezia del Sud, il confronto per il Nagorno-Karabah fa parte da ormai quasi 30 anni di quella catena di conflitti dello spazio post-sovietico che vengono erroneamente considerati congelati. A partire dalla firma di un fragile accordo di cessate il fuoco nel 1994, l’Armenia ha assunto il controllo de facto non solo dell’area del Nagorno-Karabah - una parte dell’Azerbaigian con popolazione prevalentemente armena - ma anche di altri sette distretti azeri, che Yerevan ha trasformato in zone cuscinetto altamente militarizzate al fine di proteggere proprio il Nagorno-Karabah. In quello stesso periodo, i negoziati sullo status di questa regione contesa e sul ritorno dei territori occupati a Baku si sono fermati.

Esasperato dallo stallo dei negoziati, l’Azerbaigian ha fatto progressivo ricorso a operazioni militari per far sentire la propria voce. Durante gli anni 2000, sostenuta dalla crescita delle entrate petrolifere, Baku si è impegnata in una strategia di riarmo, finalizzata a cambiare l’equilibrio di potere e a dare una scossa allo status quo. In questo quadro, l’Azerbaigian ha affermato apertamente di riservarsi il diritto di riconquistare i suoi territori attraverso mezzi militari nel caso i negoziati dovessero fallire; il fatto è che i negoziati stanno fallendo da più di due decenni.

In ogni caso, la strategia azera non è quella di lanciare una guerra il cui risultato sarebbe incerto: un’altra sconfitta militare segnerebbe infatti la condanna della famiglia al potere. L’Azerbaigian sembra invece propendere per una serie di conflitti a bassa intensità; fasi di escalation più frequenti e intense sembrano dunque inevitabili.

Uno degli scopi di questi attacchi è riconquistare almeno alcune porzioni di territorio, collina dopo collina, villaggio dopo villaggio. Ciò rappresenta innanzitutto un segnale per l’opinione pubblica azera. Un secondo scopo è aumentare la pressione sull’Armenia - anche se le operazioni di riconquista territoriale non dovessero andare a segno - rendendo la situazione tanto scomoda per i leader armeni da riuscire a estorcere concessioni al tavolo negoziale.

In questo quadro, non c’è molto che la comunità internazionale possa fare, se non virare da pacate offerte di mediazione del conflitto a una strategia molto più aggressiva finalizzata a forzare un compromesso tra Baku e Yerevan, che implichi pressione tanto diplomatica quanto economica su entrambe le parti. Tuttavia, i due litiganti sono talmente fermi sulle proprie posizioni che la comunità internazionale ha davvero pochi argomenti su cui far leva. Oltretutto, nonostante la maggior parte delle potenze più influenti nella regione non vogliano certo la guerra tra i due paesi, è improbabile che esse creino un fronte comune che da una parte spinga l’Armenia al compromesso negoziale e dall’altra induca l’Azerbaigian a assumere una postura meno aggressiva.

Queste fasi acute, come quella che la regione sta attraversando proprio ora, fanno sì che tutti gli altri attori sembrino alternativamente irrilevanti o troppo aggressivi. L’UE si dimostra ancora una volta piuttosto sventurata, dovendo confrontarsi nuovamente con un conflitto su cui a ben pochi interessa conoscere la sua opinione, nonostante avvenga nel suo vicinato. Gli Stati Uniti potrebbero essere poco più influenti, ma non troppo.

La situazione è ancora più scomoda per la Russia. Sulla carta, Mosca ha un’alleanza militare con l’Armenia, ove ha un’importante base militare. L’Armenia è inoltre parte della Collective Security Treaty Organization (CSTO) un’alleanza di difesa a guida russa. Tuttavia, le garanzie del CSTO si applicano solo ai confini armeni internazionalmente riconosciuti, i quali non comprendono né il Nagorno-Karabah né gli altri distretti azeri occupati. È ancora poco chiaro cosa succederà a questo accordo collettivo di difesa russo-armeno nell’inevitabile scenario di una guerra che cominci intorno o proprio a causa del Nagorno-Karabah, ma che implichi azioni militari lungo i confini armeni internazionalmente riconosciuti, la cui integrità è appunto garantita dal CSTO. In ogni caso, la Russia vuole ben evitare di prendere posizione: il paese è sì alleato con l’Armenia, ma d’altro canto non vuole compromettere la relazione piuttosto costruttiva che ha intessuto con l’Azerbaigian.

È vero che negli ultimi anni la Russia ha dimostrato di sostenere e difendere i suoi alleati tanto politicamente quanto militarmente, siano essi in Siria, Venezuela o Libia. Ma per l’Armenia, questa immagine della Russia come alleato degno di fiducia è una sorta di miraggio. Mosca ha infatti fatto tutto il possibile per evitare di schierarsi sul dossier Nagorno-Karabah, fornendo armi tanto all’Armenia quanto all’Azerbaigian; un fatto, questo, che ha ben indignato i leader armeni. Mentre gli scontri tra Baku e Yerevan diventano più frequenti e intensi, il tentativo russo di equilibrio diventerà sempre più precario. È peraltro paradossale, se non sorprendente, notare come la Francia sia stata molto più diretta nel criticare la Turchia e l’Azerbaigian per l’escalation quando ci si aspetterebbe invece che fosse la Russia, in nome dell’alleanza militare con l’Armenia, a prendere posizione in modo più fermo nei confronti del suo alleato.

Dal canto suo, la Turchia è particolarmente esplicita nel suo sostegno all’Azerbaigian. Sono circolate accuse che la Turchia abbia fornito supporto militare diretto alle forze armate azere, così come speculazioni su combattenti curdi schierati con l’Armenia, e su combattenti sponsorizzati dalla Turchia e provenienti da Siria e Libia mandati a sostegno dell’esercito azero. Nell’ultimo periodo, la Turchia è stata progressivamente incline a mostrare i muscoli nella guerra in Siria, nel conflitto in Libia e nelle dispute territoriali nel Mediterraneo orientale; tuttavia, non è chiaro su quanti (e quali) fronti il paese voglia davvero combattere, dal punto di vista diplomatico o militare.

C’è poca speranza che il ciclo di conflitti nel Nagorno-Karabah finisca. D’altronde, lo stallo attuale non è abbastanza dannoso per forzare né l’Armenia né l’Azerbaigian a cercare un compromesso. Dal canto loro, le potenze straniere non possono o non vogliono spingere le parti in causa a cambiare il loro approccio al conflitto. E l’attuale escalation nel Nagorno-Karabah non sarà certa l’ultima: è quasi inevitabile che ci saranno altri conflitti a bassa intensità tra Armenia e Azerbaigian nei prossimi anni. Il risultato di questi scontri potrebbe essere un cambiamento nell’equilibrio di potere che renda l’Armenia più incline al compromesso sul tavolo negoziale o, in alternativa, il fallimento azero di estorcere concessioni e conquistare territori. A quel punto, sarebbero i diplomatici a riassumere il controllo del processo di pace del Nagorno-Karabah; ma questo non accadrà senza almeno una manciata di altri conflitti nei prossimi anni.