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Cinque modi in cui il coronavirus dovrebbe trasformare l'UE

Cinque modi in cui il coronavirus dovrebbe trasformare l'UE


Nell’elaborare una risposta al coronavirus, la Commissione europea si trova davanti ad almeno cinque sfide fondamentali, ognuna delle quali presenta anche delle significative opportunità per l'Europa.

Quando sono entrata nella Commissione Europea, la prima regola che ho imparato era il mantra "il paese che conosco meglio". Quando si serve nelle istituzioni dell'Unione Europea, è imperativo credere che ciò che conta di più sia l'interesse dell'unione nel suo insieme ed agire di conseguenza. L'azione politica si basa sulla ferma convinzione che gli interessi nazionali debbano essere assorbiti dal bene comune europeo. Questo vale in tutte le circostanze, compresa la seconda fase della crisi che l'Europa deve affrontare a causa della pandemia. Il Nord Europa non potrà mai uscire vittorioso dalla crisi se il Sud è ferito.

Questo è quindi il dilemma fondamentale che la Presidente Ursula von der Leyen e i membri della sua Commissione devono risolvere. Si comporteranno come politici provenienti da paesi separati o come rappresentanti europei che riaffermano l'unità, la solidarietà e il coordinamento tra gli Stati membri? Ci sono almeno cinque sfide fondamentali che devono affrontare.

In primo luogo, data la natura universale della crisi, tale deve essere la risposta. C'è un ampio consenso in Europa sul fatto che la crisi non è né stata causata né vada gestita da un singolo attore  e tale visione non identifica né colpevoli né giudici. La crisi è stata scatenata da fattori esterni piuttosto che da problemi strutturali o da una cattiva gestione da parte dei singoli Stati membri dell'UE. La pandemia di covid-19 ha dimostrato l'importanza delle organizzazioni internazionali nella la gestione di problemi a livello internazionale.

In secondo luogo, l'Europa dovrebbe fornire tutti i finanziamenti necessari per affrontare la crisi sotto ogni punto di vista. I politici europei sono d'accordo sul fatto che grandi quantità di denaro debbano essere riversate nelle economie nazionali per affrontare la pandemia e stabilizzare la situazione. Tuttavia, fin dal primo momento, non sono stati d'accordo sulla maniera in cui questi fondi debbano essere distribuiti. La polemica consiste nello stabilire se i fondi debbano essere erogati attraverso prestiti o attraverso sovvenzioni. La recente iniziativa franco-tedesca su un fondo di recupero - così come anche la proposta della Commissione di un pacchetto di 750 miliardi di euro, la quale assume principalmente la forma di sovvenzioni finanziate attraverso l'emissione congiunta di debiti - rispondono al dilemma e rendono necessario un accordo di importanza storica. Queste misure rompono i tabù sull'aumento del bilancio dell'UE senza un parallelo aumento dei contributi nazionali e smentiscono le incertezze sulla garanzia di alcuni tipi di debiti da parte dell’UE.

In terzo luogo, c'è stato il necessario salto istituzionale. La sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla Banca centrale europea (BCE) all'inizio di maggio ha rappresentato un complesso rompicapo per l'UE. Tuttavia, è noto come importanti personalità nella politica tedesca come la Cancelliera Angela Merkel e il Ministro delle Finanze Olaf Scholz abbiano favorito il proseguimento delle politiche della BCE, così come il suo ruolo di scudo monetario per l'Europa in caso di complicazioni. Allo stesso tempo, la decisione della corte ha segnalato la necessità che i rappresentanti politici prendano una posizione chiara sul futuro del progetto europeo. I governi nazionali devono decidere se l'UE debba perseguire politiche di integrazione multidimensionale o rassegnarsi a continui attriti giuridici e politici. La prima scelta può tradursi in un'unione forte e prospera; la seconda in un'unione che è destinata a rimanere statica e a rimanere indietro rispetto al resto del mondo.

In quarto luogo, l'autonomia strategica è fondamentale. La prima fase della pandemia ha dimostrato come l'Europa debba proteggere il proprio mercato interno. Ciò significa che l'UE deve agire contro le acquisizioni aggressive e le distorsioni del mercato da parte delle imprese asiatiche che ricevono aiuti di Stato. Questi fenomeni sono dannosi per le industrie europee e possono portare a un ulteriore spostamento dell'attività industriale in Asia. Inoltre, minacciano di rendere l'Europa più dipendente da mercati esteri anche per prodotti di necessità come farmaci, dispositivi medici e di protezione. L'Europa dovrebbe quindi prendere sul serio la sua politica industriale creando un quadro normativo che protegga le industrie europee, aiutandole a diventare autosufficienti o, almeno, meno dipendenti dalla Cina.

Infine, l'Europa deve preparare una solida politica estera per il post-covid19. Gli Stati Uniti sono in ritirata geopolitica, mentre la Cina è all'attacco. È probabile che la pandemia provochi cambiamenti geopolitici significativi in molte regioni, tra cui il Medio Oriente e il Nord Africa. Per esempio, potrebbe portare a una nuova crisi migratoria. Di conseguenza, l'UE dovrebbe prepararsi a queste possibilità, aggiornando e unificando la propria politica estera, di difesa e di migrazione. I leader europei dovrebbero non solo elaborare misure a breve termine in risposta al virus, ma formulare anche un piano coerente a lungo termine per creare un'UE potente e impegnata a livello globale, che avrà un ruolo centrale nella politica mondiale nell'era post coronavirus.

Tutto questo richiederà un nuovo impegno per un’UE adatta al ventunesimo secolo ovvero un’Unione  istituzionalmente, socialmente ed economicamente solida oltre che strategicamente autonoma. Essere partecipe di questo sforzo non significa puntare al raggiungimento degli obiettivi nazionali dei singoli Stati membri. Si tratta, piuttosto, di attuare una visione comune. Come tale, questa visione dovrebbe essere limitata a coloro che sono capaci ma anche disposti ad impegnarsi in questa sfida.

Anna Diamantopoulou è Consigliere di ECFR; Presidente di DIKTIO - Network for Reform in Greece and Europe, un importante think-tank con sede ad Atene; già Commissario Europeo.