Where would Europe be should America and China set up their own G2?

Commentary

Europe should be at the forefront of the efforts to enlarge the G8 club in order to remain relevant. An Italian article in Corriere della Sera.

This article originally appeared in Corriere della Serra on 13 July 2008. 

Perché G.W. Bush, al suo ultimo G-8, e Silvio Berlusconi, al suo primo G-8 di rientro, hanno entrambi difeso il formato di un club che appare a molti superato? Per ragioni diverse, in realtà.

Gli Stati Uniti odiano in genere gli allargamenti dei club ristretti: se John McCain vincesse le elezioni americane, proporrebbe forse di escludere la Russia, non certo di imbarcare la Cina (preferirebbe allora l' India, nella logica della lega delle democrazie). Il G-8 meno la Russia tornerebbe a essere solo il G-7, il club finanziario delle democrazie capitaliste. Il problema è che questo club, a differenza di quanto accadeva negli anni ' 70 - quando fu costituito per iniziativa di Valéry Giscard d' Estaing - non è più in grado di controllare (se mai lo è stato) le vicende monetarie globali. Se non altro perché le più grandi riserve finanziarie al mondo sono ormai in mano altrui. Anzitutto, per restare ai governi, nelle mani della Cina. Il punto è che gli Stati Uniti preferiscono trattare con Pechino non attraverso un G-7 o G-8 allargato, ma in modo bilaterale: più che verso il G-13 proposto da Parigi, l' America del dopo Bush potrà semmai tendere verso un G-2 di fatto, come suggerisce l' economista americano Fred Bergsten nell' ultimo numero di Foreign Affairs. Leggiamo una frase di Fred Bergsten, perché ci interessa da vicino: «Vista la sensibilità delle altre potenze, non sarebbe politicamente utile per Washington e Pechino usare il termine G-2 pubblicamente. Ma perché la strategia funzioni, gli Stati Uniti dovrebbero dare una vera priorità alla Cina, quale loro principale partner nella gestione dell' economia mondiale, ridimensionando in qualche modo l' Europa».

La verità è proprio questa: l' interazione crescente (e quindi la reciproca dipendenza) fra una economia che consuma troppo e vive di deficit (l' America) e un' economia che risparmia troppo e vive di export (la Cina) sta spiazzando l' Europa. La quale deve decidere come restare nel gioco. Proporre di allargare il G-8 alle nuove potenze economiche è un modo per restare nel gioco, come ha capito Nicolas Sarkozy. Altrimenti, il G-8 rimarrà un club di bandiera, contrapposto quasi per definizione al club emergente dei Cinque (la Cina più India, Sud Africa, Brasile e Messico). Ma le vere decisioni economiche globali verranno prese altrove, in particolare attraverso una concertazione diretta Stati Uniti-Cina: il G-2 di fatto, insomma.

L' Italia antepone a considerazioni come queste un suo problema di rango: non vuole allargare l' unico club ristretto in cui è ancora seduta, quasi per miracolo. Ma si potrebbe obiettare che le converrebbe fare parte di un club allargato che conti di più, piuttosto che di un club superato dai fatti. Per essere onesti, nessuna persona ragionevole che oggi volesse fondare un G-8 metterebbe al suo interno quattro Paesi europei.

A difesa della posizione «conservatrice» («il G-8 così come è non si tocca»), esiste però un argomento importante. Non è affatto chiaro se la Cina voglia davvero entrare nel cosiddetto club dei Grandi. La Cina, per ora almeno, sembra stare bene lì dove è: a capo del gruppo delle nuove potenze economiche, che è ormai in grado di esercitare un potere di veto nei negoziati sul commercio internazionale (il Doha Round) o di rendere irrilevanti gli accordi sul clima.

Per Pechino, guidare il proprio G-5, invece che entrare nel G-8 altrui, è un modo per ritagliarsi una propria influenza internazionale (verso il mondo in ascesa) e insieme per evitare di assumersi responsabilità globali. O almeno per rinviare il momento in cui dovrà assumersele. È proprio per questo - per tentare di ancorare subito la Cina a vere responsabilità globali - che Fred Bergsten propone una concertazione a due: perché allora, sentendosi accettata da Washington quale co-leader del sistema globale, Pechino avrebbe maggiori incentivi a pagarne anche i costi.

Se il background è questo, la previsione più probabile è che, per qualche tempo ancora, il G-8 continuerà a sopravvivere a se stesso: fra consultazioni che comunque male non fanno, impegni in parte rispettati e in parte no, riti dei grandi vertici, inviti esterni e, infine, la mancanza programmatica di decisioni vincolanti. Ma per l' Europa, e quindi anche per i suoi singoli componenti, questo gioco al rinvio non è certo una soluzione. Può essere una soluzione per la Cina in ascesa e che ritiene di avere tempo davanti a sé; non lo è per l' Europa che rischia il declino.

Il paradosso dell' Europa è che la sua forza economica aggregata - finanziaria e commerciale - non riesce a essere usata come strumento di una strategia globale. Perché, per avere una strategia, ci vorrebbe un attore unitario. Cosa che l' Unione Europea, per come è costruita, non è. La fragilità dell' Europa possibile, nei negoziati internazionali, rende anche fragile l' unica vera ipotesi che converrebbe agli europei: un G-3, al posto del G-2 informale.

Tipico del problema è il modo in cui Angela Merkel, peraltro meno sovranista dei suoi colleghi francesi o inglesi, ha trattato José Manuel Barroso, il presidente della Commissione europea, al G-8 di Hokkaido. Dicendogli più o meno questo: non puoi ancora annunciare un Fondo europeo contro la Fame perché i soldi sono quelli degli Stati nazionali, prima ne dobbiamo discutere. Chiaro, semplice e vero.

Prima ne dobbiamo discutere, appunto. Ma fino a quando i Paesi europei non avranno deciso come riuscire a utilizzare davvero - sul piano politico e negoziale - la loro forza economica collettiva, la presenza di quattro Paesi europei nel G-8 saprà di passato. Mentre si prepara il direttorio del futuro: attraverso il Pacifico, piuttosto che attraverso l' Atlantico.

Marta Dassu is the Director of the Aspen Institute Italia and a member of the European Council on Foreign Relations.

 

The European Council on Foreign Relations does not take collective positions. This commentary, like all publications of the European Council on Foreign Relations, represents only the views of its authors.

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