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Stabilizzare il Sahel: un approccio integrato

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Gli sforzi europei incentrati esclusivamente sulla questione della sicurezza stanno causando danni alle comunità di frontiera, mettendo in secondo piano le popolazioni locali e fallendo nel gestire le cause del fenomeno migratorio e terroristico.

Il Sahel è una delle regioni più povere al mondo: cambiamento climatico, aumento della popolazione, insicurezza alimentare, corruzione e crimine caratterizzano la regione.

L’ascesa del terrorismo regionale a seguito della presa della jihad in Mali nel 2012 ed il transito di migranti diretti verso il Mediterraneo, dovrebbero spingere l’Europa a prestare più attenzione alla regione per garantire maggiore stabilità ai propri confini meridionali.

Sin dal 2012, vi è stata una proliferazione di forum di dialogo regionale, ingenti flussi di denaro nella regione e sono state istituite almeno 16 diverse strategie nazionali e multilaterali finalizzate a gestire l’instabilità del Sahel.

Tuttavia, queste strategie rimangono essenzialmente focalizzate troppo sulla questione sicurezza, hanno profondamente danneggiato le comunità di confine e la popolazione e non sono andate alle cause profonde della migrazione, non prendendo in considerazione questioni di  governance e fattori economici.

Un nuovo paper di ECFR, “Bringing the desert together: How to advance Sahel-Maghreb integration” a cura di Andrew Lebovich, spiega come l’Europa dovrebbe attuare una strategia coerente a 360 gradi per la stabilizzazione regionale, enfatizzando la necessità di maggiore integrazione regionale tra Nord Africa e Sahel e di creazione di canali legali di migrazione ed occupazione.

Questo approccio potrebbe far diminuire l’immigrazione illegale, creando un mercato del lavoro africano più integrato.

Al fine di realizzare tale obiettivo, gli sforzi francesi e della comunità internazionale dovrebbero concentrarsi su migrazione, riforme economiche, coordinamento sulla sicurezza e creazione di framework istituzionali regionali.

MIGRAZIONE 

Migliaia di migranti attraversano Mali e Niger per raggiungere l’Europa; i recenti limiti imposti alla migrazione hanno contribuito alla crescita della migrazione illegale.

Gli stati membri dell’UE dovrebbero fornire assistenza nella creazione di un framework condiviso tra paesi del Sahel, Africa Occidentale e Maghreb, al fine di regolarizzare la migrazione regionale ed incoraggiare i migranti a rimanere nella regione e trovare occupazione nel Maghreb.

RIFORME ECONOMICHE

Regolarizzare la migrazione interna non basta: servirebbe solo ad impedire ai migranti la pericolosa traversata verso l’Europa.

L’Europa dovrebbe creare nuovi fondi di investimento per finanziare progetti industriali e agricoli e promuovere maggiori investimenti dai paesi più ricchi del Maghreb come Marocco ed Algeria.

La comunità internazionale dovrebbe evitare di limitarsi esclusivamente al blocco della tratta dei migranti, in assenza di soluzioni praticabili per tutelare le vulnerabili comunità di frontiera: dovrebbe invece legalizzare alcune parti del commercio non ufficiale, offrendo amnistie sulle tasse e opportunità economiche in modo da sostenere le comunità di frontiera nella gestione della sicurezza. 

SICUREZZA

Maggiore coordinamento sulla sicurezza implica andare oltre il training tradizionale e focalizzarsi su cooperazione regionale e gap tra planning di sicurezza di alto livello e training delle truppe. 

Il G5 del Sahel ha del potenziale come punto di partenza: tuttavia, per rendere tale forum effettivo, gli stati partecipanti e l’Europa dovrebbero aumentare gli investimenti per una interazione rafforzata con i paesi del Maghreb. L’Europa ha già promesso 50 milioni di euro, sebbene alcune stime indichino la necessità di una cifra pari a 423 milioni.

FRAMEWORK ISTITUZIONALI

La proliferazione di istituzioni regionali i cui oviettivi si sovrappongono, complica e restringe il campo di azione della cooperazione regionale. Il G5 offre l’opportunità di armonizzare e incanalare gli sforzi regionali, sebbene questo potenziale necessiterebbe di uno sforzo europeo nel guardare oltre la questione sicurezza e l’andare oltre le rivalità regionali, invitando ad esempio l’Algeria nel formato G5. 

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