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Per la sicurezza dell'UE serve la Gran Bretagna

Per la sicurezza dell'UE serve la Gran Bretagna


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Per la sicurezza dell'UE serve la Gran Bretagna

Marta Dassù, La Stampa, 17 febbraio 2018 

 

La domanda è molto semplice: è possibile mantenere, nonostante il divorzio inglese dall'Ue, una relazione stretta fra Europa e Gran Bretagna nella sicurezza e difesa? E la risposta è altrettanto semplice, io credo: una cooperazione stretta è necessaria, visto il peso oggettivo di Londra quanto a capacità militari, capacità tecnologico/industriali e capacità di intelligence.

Se l'Ue non fosse costantemente tentata di spararsi in un piede, lo direbbe in modo onesto: senza la Gran Bretagna, la sicurezza e difesa dell'Europa appaiono irrimediabilmente più deboli. Parlando oggi alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, una Theresa May già abbastanza provata dalla prima fase dei negoziati con l'Ue (i termini e il costo dell'exit) cercherà di proporre questo ai colleghi europei: costruiamo una partnership speciale sulla sicurezza e difesa perché entrambe, Ue e Gran Bretagna, ne abbiamo bisogno. Questa premessa non necessita di particolari spiegazioni: il 25-30% circa delle capacità militari europee fa capo alla Gran Bretagna, unica potenza nucleare del Vecchio Continente insieme alla Francia e unico governo, sempre insieme a Parigi, a destinare una percentuale rilevante della propria spesa militare alla Ricerca e Sviluppo.

Brexit sta creando dei problemi indubbi all'economia della difesa britannica; ma resta che il Regno Unito è una delle due potenze militari europee degne di questo nome ed è una componente essenziale della sua base tecnologica e industriale. Va aggiunto che la Gran Bretagna, in un'epoca in cui non è più possibile separare sicurezza esterna ed interna, è uno dei primi tre Paesi che forniscono dati di intelligence ad Europol e che ne fanno uso. Cosa, quest'ultima, che contribuisce a spiegare l'equazione inversa: anche Londra sa di non potere separare le sue sorti da quelle del Vecchio Continente. La parte semplice, tuttavia, finisce qui. Poi cominciano le complicazioni. Fino ad oggi l'Ue ha deciso giustamente, io credo - di respingere accordi «speciali» con Londra. La tesi è sempre stata che concedere termini preferenziali a Londra, in particolare per l'accesso al mercato unico, avrebbe generato effetti di «contagio», incoraggiando altri Paesi a muoversi nella stessa logica. Il commercio e la sicurezza, tuttavia, non sono esattamente la stessa cosa: come argomenta un rapporto che sta predisponendo lo European Council for Foreign Relations, gli accordi commerciali sono transattivi, la sicurezza è esistenziale. Visto il peso di Londra nella sicurezza europea, e considerati i legami storici e politici fra Gran Bretagna ed Europa, una partnership strategica «unica» - più intensa dei rapporti fra l'Ue e Paesi terzi - è in questo caso legittima e giustificata. Attenzione però. Adottare un approccio del genere richiede fiducia reciproca: Londra dovrà evitare la tentazione (strumentale) di usare la sicurezza come una carta per ottenere altri obiettivi negoziali; l'Unione europea dovrà evitare propensioni (punitive) verso un Paese che ha sempre frenato la difesa comune europea. Le decisioni da prendere saranno quanto mai delicate: come associare Londra alle scelte di politica estera e sicurezza senza tuttavia concedere alla Gran Bretagna la possibilità di interferire nell'autonomia dell'Ue; la posizione di Londra rispetto all'Agenzia europea per la difesa; i rapporti con la Pesco (la cooperazione strutturata permanente, paradossalmente troppo ampia per sembrare credibile); il ruolo della Gran Bretagna nelle missioni militari europee. E poi Europol, caso in cui lo scambio di informazioni di intelligence - vitale per la sicurezza europea - richiede un accordo sul ruolo della Corte di Giustizia. Infine, l'accesso delle imprese britanniche al nuovo Fondo per la difesa, orientato verso una «preferenza europea». Non sarà facile; ma la posta in gioco è troppo alta per non tentare accordi pragmatici e innovativi. Per l'Italia immersa nella campagna elettorale, l'eco della Conferenza sulla sicurezza di Monaco sembra molto lontana. In realtà ci interessa da vicino.

Se un'intesa fra Ue e Gran Bretagna non si concretizzerà, aumenterà la tendenza già forte ad accordi bilaterali fra Parigi e Londra. La Germania, che si sta scrollando di dosso la riluttanza verso il potere militare, cercherà di recuperare terreno, in parte con l'aiuto di Macron. Sullo sfondo, l'aumento delle spese militari europee (più 3,6% nel 2017) e insieme dei rischi per la nostra sicurezza, sia sul fronte Est che dal Mediterraneo. Mentre la Nato, data per spacciata con Trump che ha invece confermato gli impegni militari americani in Europa - esiste e resiste; ma chiedendo sforzi aggiuntivi al Vecchio Continente. La difesa comune europea avrà senso solo se permetterà di utilizzare meglio, integrandole, le risorse militari e industriali del Vecchio Continente. Come si vede, il mondo intorno a noi gira in fretta, troppo per distrarsi.

Se c'è un Paese che ha interesse ad un accordo di sicurezza fra Ue e Gran Bretagna come limite a intese bilaterali che in genere ci penalizzano e come componente indispensabile di una sicurezza europea che funzioni questo Paese è l'Italia.

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