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Fuga dalla Tunisia

Fuga dalla Tunisia


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Nelle ultime settimane, la Tunisia è stata oggetto di attenzioni per la ripresa dei flussi migratori verso l’Italia. Nel 2017, 4500 persone hanno raggiunto l’Italia dalla Tunisia – un incremento di 4 volte rispetto all’anno scorso, con più di 3000 arrivati solo tra settembre e metà ottobre.

Come conseguenza, diverse false affermazioni sono state fatte circa le ragioni del recente incremento degli arrivi dalla Tunisia, che questo articolo punta a smentire. Questa analisi sostiene che la principale causa dell’incremento è costituita dall’acuirsi delle sfide socio-economiche e politiche della Tunisia.

È difficile ipotizzare come la Tunisia possa diventare un partner chiave nella gestione della migrazione dall’Africa sub-Sahariana, come diversi europei suggeriscono. Piuttosto, i nuovi dati mostrano come la Tunisia sia, in effetti, ancora un paese di origine della migrazione, non uno di transito.

Mito 1: L’aumento degli arrivi dalla Tunisia è dovuto all’accordo Italia-Libia che impedisce la migrazione dalla Libia.

In linea generale, è vero che i flussi migratori cambiano in risposta alle contromisure: se chiudi una rotta, se ne apre un’altra. Tuttavia, questa affermazione non suona come veritiera in questo caso. Mentre i migranti che arrivano dalla Libia sono perlopiù africani della regione sub-sahariana e bengalesi, quelli che arrivano dalla Tunisia sono in maggioranza tunisini. Perciò, c’è poca correlazione tra l’accordo Italia-Libia e l’aumento degli arrivi dalla Tunisia.

Mito 2: L’incremento è dovuto a un influsso di terroristi graziati dal presidente tunisino.

Ogni anno, il presidente tunisino concede la grazia a un numero di persone detenute per reati minori. L’anno scorso, il Presidente Essebsi ha graziato 1538 detenuti, ma ad oggi solo 412 di essi sono stati rilasciati. Molti dei detenuti graziati erano stati incarcerati per utilizzo di droghe leggere (un reato commesso da circa un quarto della popolazione carceraria tunisina), e sicuramente nessuno di essi era stato condannato per crimini legati al terrorismo.

Pertanto, le grazie sono chiaramente insufficienti a spiegare l’incremento di migliaia di migranti tunisini. Questo mito è un esempio piuttosto tipico di allarmismo nativista, che collega falsamente i migranti a criminali e terroristi.

Mito 3: L’aumento è imputabile alle autorità tunisine, le quali lasciano partire un numero maggiore di migranti per ricevere più denaro dalle autorità italiane, in cambio di controlli più stringenti.

Poche le prove per questa affermazione. Il governo tunisino sta combattendo attivamente contro l’immigrazione illegale, e quest’anno ha arrestato circa 1400 migranti illegali. Inoltre, la Tunisia ha già firmato accordi con l’Italia per regolare la migrazione e facilitare i rimpatri.

Mito 4: L’Italia sta affrontando una nuova invasione

Il numero dei tunisini arrivati in Italia è certamente in rapido aumento. Tra settembre e ottobre, sono arrivati in Italia più del doppio dei tunisini rispetto ai primi otto mesi dell’anno.

In ogni caso, questi numeri sono irrilevanti, se comparati a un flusso di oltre 25.000 tunisini nel 2011, o se confrontati con il numero totale degli arrivi in Italia quest’anno (finora 114.062, perlopiù da paesi dell’Africa occidentale).

 

L’attuale portata di migranti non deve essere sottovalutata, ma i numeri non giustificano reazioni spropositate dal governo o dall’opinione pubblica, dettate più da campagne populiste che da fatti.

Mito 5: la Tunisia sarebbe un partner ideale per controllare i migranti africani che tentano di raggiungere l’Europa.

L’idea che la Tunisia possa essere il centro per un hotspot europeo che processi le richieste dei migranti sub-sahariani è spesso discussa durante gli incontri europei sulla migrazione. La Tunisia è considerata come il partner perfetto, in contrasto con Libia, Egitto e Algeria, i quali hanno notevoli problemi in termini di diritti umani.

Ma anche la Tunisia ha grossi problemi per quanto concerne le politiche di migrazione e asilo: il paese non ha alcun quadro giuridico che regoli lo status di rifugiati e richiedenti asilo. ONG e associazioni umanitarie, tra cui l’UNHCR, hanno ripetutamente invocato una legge per coprire questo vuoto normativo, e la sua assenza rappresenta certamente un ostacolo ad una politica comune d’asilo.

Inoltre, la società tunisina è già caratterizzata da diffusi malcontenti economici e politici. Politiche finalizzate ad ospitare, pur temporaneamente, un elevato numero di migranti subsahariani in Tunisia potrebbero esacerbare le tensioni e portare ad una crisi.

Realtà: come mai così tanti tunisini stanno migrando proprio adesso?

La politica interna tunisina è piena di ostacoli e difficoltà, vera causa di quest’ultimo aumento dell’emigrazione. La già critica situazione socio-economica è peggiorata notevolmente negli ultimi mesi. Il dinaro si è svalutato di oltre il 25% nel corso dell’ultimo anno.

 

 

La conseguenza più evidente è un aumento senza precedenti dei prezzi per i consumatori, con una inflazione di oltre il 15% per alcuni beni di prima necessità.

 

La disoccupazione è ancora a più del 15%, con un tasso ancor più alto tra i neo-laureati.

 

 

 

 

Anche la corruzione è ritornata ad essere una delle peggiori piaghe del paese: i salari per i pubblici officiali come i poliziotti sono bassi – circa 300 euro al mese – e questo li rende suscettibili alla corruzione, come nel caso degli ufficiali alle dogane.

Inoltre, l’industria della pesca, specialmente nell’area di Kerkennah (il cui porto di el-Attaya è un punto di partenza chiave per i migranti) è stata colpita dall’invasione di una specie di granchi blu particolarmente aggressiva, soprannominata “Daesh” per confermare la sua pericolosità per la sussistenza dei pescatori. Così, molti pescatori hanno venduto le proprie imbarcazioni a network di trafficanti, contribuendo in parte all’aumento delle partenze tunisine.

Crisi economica, salari bassi, poche opportunità lavorative, corruzione e danni alle industrie tradizionali sono perciò la causa ultima di questa rinnovata ondata migratoria dalla Tunisia all’Italia.

Come dovrebbe rispondere l’Europa?

L’UE dovrebbe perciò concentrare le proprie energie sul sostegno allo sviluppo socio-economico tunisino. Serve urgentemente una visione politica chiara, che metta la Tunisia al centro della sua agenda europea per il Mediterraneo. Tra gli errori degli ultimi anni, la tendenza dell’UE a cantare le lodi della democratizzazione tunisina. Vero, il paese ha raggiunto un buon livello di democrazia procedurale, ma ci sono ancora molte criticità, legate all’instabilità politica ed economica.

Mentre la politica statunitense in Tunisia è quasi esclusivamente focalizzata sulla sicurezza (l’amministrazione Trump progetta di tagliare gli aiuti alla Tunisia da oltre 177 milioni di dollari all’anno nel 2017 a 54,5 milioni nel 2018), l’Europa ha l’opportunità di optare per una strategia più olistica. Dovrebbero essere fatti investimenti in micro-progetti finalizzati a sviluppare le aree più remote del paese, che ancora mancano di accesso ai servizi base, in programmi finalizzati a riformare il sistema burocratico tunisino e il suo settore della sicurezza, e in incentivi per la creazione di un nuovo meccanismo di governance.

Tunisi dovrebbe creare al più presto una legge sul diritto d’asilo, al fine di meglio coordinare i suoi sforzi con i partner europei. Tuttavia, l’Europa dovrebbe ammettere che la Tunisia è, allo stato attuale, troppo fragile per rappresentare un partner credibile in materia di migrazione.

 

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